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Queste le parole di Giancarlo Abete, presidente della FIGC, ai microfoni di Radio Anch'Io Lo Sport: "Siamo al quarto posto dietro a Inghilterra, Spagna e Germania e questa è una situazione oggettiva, certificata dai risultati e dalle strutture inerenti il gioco. Certo non esiste una relazione certa fra i risultati sportivi e tutti i fattori extracalcistiche. La situazione del calcio italiano si inserisce nella situazione generale del Paese dove molte aziende hanno ricadute ben peggiori a quelle che vediamo nel calcio. Detto questo, finora abbiamo retto sul fronte dei diritti televisivi, ma dobbiamo migliorare sul pianto delle infrastrutture. Mala gestione economica dei club? Dobbiamo essere grati agli imprenditori che investono del calcio, ma possiamo sicuramente migliorare nella gestione delle perdite. Dobbiamo cercare di lavorare nel medio periodo proprio perché si è consapevoli di non poter essere i primi come un tempo. Riforme dei campionati? Dobbiamo farle, senza però creare dei totem. In Premier e nella Liga le formazioni sono 20 e questo dimostra che la soluzione non è la riduzione delle squadre nella prima serie. Dal 2014/2015 intanto abbiamo ridotto il numero dei club professionistici da 132 a 102. Ridurre ancora il numero potrebbe essere fattibile ma non è eliminando club di serie inferiori che si risolve il caso della competitività internazionale. Stessa tassazione fra i campionati europei? Purtroppo il calcio non può avere una specificità rispetto agli altri professionisti europei. Dovrebbe essere fatta una legge di respiro europeo. Rivalutare il calcio giovanile? Ci sono tre opzioni che le nostre commissioni stanno valutando: fare un campionato Under21 o Under23, fare un campionato B oppure l'opzione delle multiproprietà di più club come accade con il presidente Lotito diviso fra Lazio e Salernitana. Alla base però ci deve essere la volontà di migliorare lo sfruttamento del calcio giovanile. Il terzo extracomunitario? Il mio ruolo è quello di ascoltare ogni proposta e di valutarla in base a quelle che sono le necessità di calciatori e società. Non pensiamo però che questa sia la soluzione definitiva per il problema della qualità del nostro calcio".