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Ha rivoluzionato i metodi della preparazione atletica, costruendo - perché le costruiva lui - squadre che facevano dei muscoli e della fisicità la loro forza, la loro cifra stilistica, la loro password per la gloria. Se n’è andato Gian Piero Ventrone. Leucemia, aveva solo 62 anni. Era ricoverato da martedì al Fatebenefratelli di Napoli, la sua città. Vetrone è stato sulla breccia per trent’anni. Ultima squadra il Tottenham del suo amico Antonio Conte. I due si erano conosciuti a metà anni 90, ai tempi della Juve. Per anni Ventrone è stato l’uomo di fiducia di Marcello Lippi, che l’aveva avuto come collaboratore per un anno a Napoli. Arrivò alla Juve portando con sé 43 computer e un data-base che nessun altro collega aveva a disposizione. Con Lippi ha vissuto i due periodi in bianconero, il primo dal 1994 al 1999 e il secondo dal 2001 al 2004, mettendo in bacheca scudetti, coppe varie e la Champions del 1996 che - insieme alla preparazione al Mondiale del 2006 vinto dalla Nazionale dell’amico CT Lippi - costituisce il punto più alto nella carriera di questo professore che si era guadagnato l’appellativo di “Marine”. Perché i metodi erano quelli, da caserma militare. Di recente ha circolato nel web una foto di Son - il coreano del Tottenham - che dopo un allenamento crolla (letteralmente) a terra e collassa, ed un’altra di Kane che si accascia e comincia a vomitare. La fatica come traguardo massimo, il lavoro martellante come unica via per dare un senso agli allenamenti. 

I suoi ex giocatori in queste ore raccontano di quanto Ventrone sia stato fondamentale per la loro crescita, ma all’epoca lo maledivano per quanto li spremeva. Si era inventato la “Campana della vergogna”: quando un giocatore non ce la faceva più si allontanava dal gruppo e - a testa china - andava a dare due colpi alla campanella, esponendosi al pubblico ludibrio. Roba da “Full Metal Jacket” applicato al calcio. In palestra (nei primi tempi alla Juve faceva sedute giornaliere di 3-4 ore) metteva la musica a palla, e fu uno dei primi. Era figlio di un maresciallo dei carabinieri, era stato lui stesso bersagliere nei lagunari, metteva la disciplina davanti a tutto. Stimato per le sue idee, ma non molto amato dai colleghi, cui non piacevano quei metodi così esasperati e quella ricerca a tutti i costi nel voler trasformare i calciatori in gladiatori. Resta un fatto: le squadre allenate da Ventrone correvano più di tutti. E sembravano non stancarsi mai. Alla Juve nella seconda metà degli anni 90 Lippi gestiva le situazioni tattiche e - dall’alto della sua personalità - manteneva alto il livello di motivazione di ciascun giocatore, ma era Ventrone a far correre la squadra, trasformando il pressing in un credo esistenziale. “Chi sopravvive ai suoi metodi di lavoro ha qualcosa di speciale”, dicevano gli juventini degli anni d’oro.
Era uno stakanovista, si era persino inventato la vacanza-lavoro con i giocatori al mare, impegnati tra relax e corse sulla spiaggia. Così li teneva sotto osservazione. E’ stato un uomo che - con i suoi metodi - ha portato il calcio ad un livello muscolare superiore: in quel passaggio epocale tra gli anni 90 e l’inizio del Duemila i calciatori erano sottoposti ad un 30% di partite in più e finivano per giocarne una sessantina all’anno, con ritmi sempre più forsennati. L’evidente aumento del tono muscolare di alcuni big di quelle stagioni - pensiamo a Vialli o a Del Piero - fece molto discutere, ma i risultati del campo premiavano il lavoro di Ventrone. Erano anni quelli in cui il supporto medico - non solo come medicina generale ma anche come analisi dei dati fisiologici, della scienza e dell’alimentazione - diventavano sempre più importanti nella costruzione di una squadra. Con qualche ombra: l’uso della creatina - che all’epoca non era vietata - andò ad alimentare i sospetti che poi sfociarono nel famoso processo per doping. Ventrone fu l’alfiere massimo di questa nuova filosofia muscolare, di sicuro il più vincente. Nella sua carriera ha allenato anche il Siena - proprio con Antonio Conte - l’Ajaccio in Francia e il Jiangsu Suning e al Guangzhou Evergrande, con Fabio Capello e Fabio Cannavaro. 
 



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