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Una città per cantare. Il titolo di uno dei cavalli di battaglia di Ron. Per dire di come, talvolta, la professione ti obbliga a essere un vagabondo. In quelle città, uno stadio. Non per fare musica ma per provare egualmente a regalare divertimento e serenità alla gente. Seduto su una panchina, magari, per dirigere in campo una banda di ragazzi diversamente famosi a seconda del loro talento che per lui non sono mai stati soltanto giocatori di pallone, ma principalmente persone meritevoli di educato rispetto oltre la siepe dei risultati agonistici. Proprio per questo, da Nord a Sud e passando per il Centro, oggi in diciotto città italiane e in rappresentanza di altrettante società un pensiero partecipe e realmente commosso va, insieme con una preghiera, a Gigi Simoni, l’allenatore gentile la cui presenza non è mai stata cancellata dalle pareti degli spogliatoi di quelle diciotto squadre per le quali operò nel corso della sua carriera.

Un giorno dolente che segue altri troppo recenti e ravvicinati per non doversi chiedere che cosa mai stia accadendo in questi ultimi mesi di un anno bisestile con lo svolgimento, ahimè reale, di un dramma shakespeariano. Non vi è settimana senza la necessità di un segno della croce o di un istante di raccoglimento nel nome di un amico che se ne è andato. Colleghi, giocatori, allenatori. Tutti compagni di viaggio per noi di una generazione, tutti ex ragazzi della guerra o dell’immediato 'dopo', che sta perdendo i pezzi. Una riflessione che gela il sangue e un poco intimorisce chi ancora regge in piedi lungo la via chiedendosi per quanto ancora e soprattutto domandandosi che cosa resterà degli anni belli.
Ebbene, ricordando Gigi Simoni, la risposta è immediata. Rimarrà tutto, cioè lui con quel viso da Sergio Endrigo e quella grande bellezza interiore che hanno provveduto a farne un esempio di umana semplicità e di profonda onestà in un ambiente come il suo (ma anche nostro) per nulla semplice e talvolta poco onesto. Sono certo che verrà ricordato in particolare per l’unica volta che perse la testa e si comportò in maniera irregolare scatenando una polemica ancora attuale oggi. Lui, tecnico dell’Inter e Mark Iuliano, il difensore della Juventus, che abbatte il Fenomeno Ronaldo senza venir punito dall’arbitro. "Quel giorno venimmo privati dello scudetto che ci eravamo meritati". Non smise mai di dire così rivoltando il coltello che portava infilato nell’anima. Aveva ragione lui, diciamolo chiaramente almeno oggi. Quello era il momento più alto della sua carriera. Cadde, così, da molto in alto. Ma resistette comunque a quella ingiustizia. E tirò avanti per la sua strada seguendo il suo destino di vagabondo.

Ma di Gigi, il minimalista in un calcio esagerato, è bello dire e ricordare altro saltando persino quell’anno in bianconero che, come calciatore, lo vide in campo per la Juventus. Lui, cuore granata. Personalmente lo penserò e lo rivedrò sempre a Cremona ad allenare quella squadra che faceva capo al mitico presidente Luzzara e che era un’autentica famiglia. Gigi Simoni e Favalli  insieme come saranno tornati oggi per formare la coppia bella del mondo in quella Cremonese che un anno  fa, prima dell’ictus del quale fu vittima e per festeggiare i suoi ottant’anni gli fece avere le chiavi della città con una dedica “Simoni si nasce”. Già. E si rimane così per sempre. Anche dopo.