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Socmel, Civ, che scherz da prit! Due sere fa, come ogni settimana da tanti anni, eri in televisione a raccontare del tuo Bologna. Poi sei tornato in clinica che era diventata la tua seconda abitazione. Hai augurato a tutti la buona notte e ti sei addormentato per sognare chissà quali incanti. Dovevano essere talmente belli che hai deciso di non tornare più indietro. L’alba di stamane era livida su Bologna. Non si fa così, però, fratello di mille avventure. Sono, come tanti altri, in braghe di tela. Più sorpreso che sgomento. Ti immaginavo eterno.

Sei mondiali di calcio, due Olimpiadi e, a contorno, tante storie assortite da marciapiede. Strade che abbiamo battuto insieme, prima come colleghi a “Tuttosport” e poi come concorrenti quando tu decidesti di passare a “Stadio”. Nemici mai. Ricorderò per sempre l’incipit di un tuo servizio dal Brasile.“Ehi, Civ. Mi giro, era Pelè”.Scrivesti così e passasti nella Storia. Di solito è il giornalista che riconosce il campione. In quel modo ribaltasti tutti i canoni classici della cronaca e fu bello pensare che quella scena fosse sul serio autentica piuttosto che frutto di un geniale colpo di teatro. Tanto che mi chiedo: ma ora a Pelè chi glielo dice che il Civ non c’è più?

Gianfranco Civolani all’anagrafe. Ma per tutti soltanto il Civ. Tu e quella tua laurea in giurisprudenza manco appesa alla parete perché la tua missione era quella di raccontare a tutto tondo e non soltanto di sport. Avevi Bologna addosso, come tutti i viandanti della tua generazione che è un poco anche la mia. Eterni ragazzi un poco “sboroni” , un poco istrioni, ma eccezionali nella loro o unicità genetica come Oddone Nordio, Stefano Germano e lo stesso Italo Cucci costretto a vestire in blu per fare il direttore. Eri uno di loro. Eri uno di noi

Avevi il corpo illustrato da un film di Pupi Avanti, da un romanzo di Stefano Benni, da una canzone di Guccini, da una poesia di Roversi, da una commedia di Comaschi, da una cronaca di Biagi, da un gol di Bulgarelli, da un canestro del gigante della Virtus Gentile. Avevi l’orologio della memoria con le lancette puntate sull’ora della strage alla stazione. I tuoi vestiti profumavano delle cene, con tortellini e bolliti, consumate nella trattoria di Vito con le sue specialità di cibo, vino e musica. Anche se, da buon “sborone”, dicevi che a pranzo ti bastava una mela al giorno per stare in piedi fino a sera.

Hai visto e scritto cose che non basterebbe un’enciclopedia per riunirle. A Natale non uscirà, questa volta, il tuo solito romanzo e le librerie di Bologna saranno più povere. In città si dirà tanto di te. E non solo in città, ma per il mondo. Anche il Brasile, quando Pelè verrà avvertito  del tuo viaggio senza ritorno. Tu, autore ma anche protagonista “favoloso” delle storie che chi hai lasciato a perpetue testimonianza di come eri e di come eravamo. Tanto, ma proprio tanto felici.

@matattachia