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Molti di loro si vestono, si muovono e parlano come mercanti di carne umana. E di questo di tratta: più la carne in vetrina passa di mano, più guadagnano. Però sono anche un po' manager e un po' broker, a volte di brocchi: il segreto è venderli bene. Come, non importa. Meglio se forzando, blandendo, bluffando. Il più potente piazzista mondiale di filetto di calciatore, il portoghese Jorge Mendes, è uno che ti porta in casa Mourinho ma poi, se vuoi veramente José, ti becchi pure Quaresma, stessa scuderia, identico portafoglio comune. All'Inter sanno come funziona.

Hanno l'albo professionale, i procuratori. In Italia sono addirittura 596, però i più importanti non sono mica usciti da qualche master. Per dire, Mendes aprì una discoteca in Algarve e lì conobbe i calciatori in vacanza. Oggi gestisce 75 contratti, tra cui quello di Cristiano Ronaldo, e ha un fatturato annuo da 300 milioni di euro. Quasi meglio dell'ex discotecaro ha fatto l'ex pizzaiolo Carmine Ràiola detto Mino, uno che da tre anni tiene - con rispetto parlando - il calcio italiano per i testicoli. I genitori gestivano il ristorante Napoli ad Haarlem, Paesi Bassi, poi zio Gerardo e il cognato si allargarono e lui, Mino, a forza di sfornare quattro stagioni fraternizzò con i giocatori dell'Ajax. Da cosa nasce cosa, e da Moggi nacque molto di più. Narra la leggenda che fu proprio Lucianone, una sera, dopo una cena cotta e servita da Ràiola, a dirgli: "Mino, tu devi fà il procuratore, ce penzo
io". Non è stato un brutto consiglio. Oggi Ràiola vive da sceicco a Montecarlo. Per tre volte consecutive è piombato all'assemblea di Lega, dopo l'approvazione delle norme sugli extracomunitari, parlando non da piazzista ma da padrone.

Poi c'è il longevo Antonio Caliendo, 66 anni, ex guinzaglio di Roberto Baggio e Totò Schillaci (oggi, di Maicon e Trezeguet), nonché nonno e inventore della categoria, nonostante qualche disavventura: il 15 dicembre 1977 fece firmare la prima procura della storia ad Antognoni, il quale non aveva la più pallida idea di come investire i guadagni. Caliendo è anche il primo ad avere pubblicato, come editore, i diari scolastici ispirati allo sport, e questo ha rappresentato il ponte tra figurine e carne umana.
Scomparsa la famigerata Gea, la società dei figli di papà (memorabile la lite tra Moggi e Caliendo quando il figlio di Lucianone, Alessandro, strappò al signore delle agende la procura di Nick Amoruso), i più in voga sono spesso i più fantasiosi. Se il testardo e vendicativo Ràiola ("Parlo sei lingue, la peggiore di tutte l'italiano") sfinisce i presidenti chiedendo continui aumenti di stipendio per i suoi assistiti, altrimenti li smista altrove (e l'Inter cedette Maxwell, e forse lo stesso Ibra, anche per liberarsi almeno in parte dell'attuale manager di Balotelli), altri svettano per fantasia. Come il figlio d'arte Federico Pastorello, che nell'estate 2008 lanciò oltre un muro di cartongesso della Lega, a uffici già chiusi, il contratto di Diego Milito, concluso all'ultimo minuto dell'ultimo giorno utile.

Il più antipatico? Chi bazzica l'ambiente vota Tullio Tinti, ma forse è solo invidia. Il più tenace? Beppe Bozzo, avvocato e procuratore di Cassano. Per averlo, lo marcò a uomo sul lungomare di Bari come mai nessuno stopper e alla fine Antonio capitolò: "Va bene, vediamo come va".

Vecchi calciatori, figli di, amici degli amici, ma anche giovani di studio e persone serie e pacate come Claudio Pasqualin (Lentini dal Toro al Milan, poi un lungo matrimonio con Del Piero, ora finito) e Andrea D'Amico. Un mondo più variegato di una gelateria, con un numero infinito di gusti e una sola regola: più si fa casino, più si spostano giocatori e più si guadagna. Però, nonostante i milioni, è difficile che lor signori escano dalla marchetta e dalla macchietta.