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Facile lasciarsi andare al buonismo, in alcuni casi figlio dei numeri. Ma sì dai, ma non hai visto che sfiga? Nove pali in sette partite, cinque dei quali colpiti contro Inter e Roma. Ma sì dai, non hai visto che bella Roma nel secondo tempo? Ma sì dai, tutti quegli infortunati pesano di brutto in uno scontro diretto.... Ma sì, dai, è vero quelli giocano a memoria ma stanno insieme da due anni, mentre il 'poro' (leggi: povero) Di Francesco ce l'ha da due mesi.... Ma sì dai, l'unica vera occasione gliel'ha regalata De Rossi....

Volendo si potrebbe vincere il campionato mondiale degli alibi, qui a Roma ma, io sono vaccinato da tempo contro la pericolosa alibite cronica. E invece ciò che fa rabbia ai più attenti e lunghi di memoria sono proprio quei due mesi. Un elemento che nel post-analisi di una partita impietosa per un'ora, con l'Arancia Meccanica di Sarri a stritolare sia il giallo che il rosso a centrocampo, scagiona tecnico romanista e giocatori. A prescindere. E' vero, Sarri lavora sempre con gli stessi da due anni ed è arrivato alla compiutezza definitiva. Quindi, ben piazzato sull'asse temporale, dovrei calcolare in favore di DiFra i prossimi 20 mesi prima di fare un confronto tra i due. Ma siamo sicuri che il tecnico romanista si ritroverebbe a lavorare con lo stesso materiale umano e, soprattutto, con chi vuole lui, così come accaduto a Sarri a Napoli? No, zero. A quelli di corta memoria, sarà il caso di ricordare che il club che ha stravenduto Cavani, Lavezzi e Higuain a cifre da svenimento - e non so se poi siano stati affaroni fino in fondo per chi li ha comprati, rispetto al prezzo e ai costi complessivi d'ingaggio - autoalimentando la costruzione di una squadra che ora corre verso lo scudetto, in estate ha deciso di non toccare il gruppo di titolari voluto da Sarri. Vero, ha comprato poco, ma non ha venduto un pezzo pregiato che sia uno. De Laurentiis ha stretto i denti e la cinghia e si è liberato di qualche esubero inutile (Pavoletti) dando al tecnico la possibilità di perfezionare il suo affresco tecnico-tattico.

La Roma no, proprio no. Continua con le sue montagne russe di mercato che l'hanno portata a vincere nulla, in un caotico girandolone di cessioni e acquisti, in alcuni casi anche poco comprensibili. A 6 anni dall'avvento americano si continua ad avere la netta sensazione che non ci sia un vero progetto a vincere e che i lusinghieri piazzamenti Champions siano il vero e unico obiettivo-salvadanaio. E si fa fatica a non ricordare come una squadra a pochi passi dalla gloria sia stata smontata e rimontata più volte, in una gira-gira che somiglia molto a una vite spanata. Fateci caso: c'è un'altra piazza in Italia in cui il direttore sportivo - cioè colui che fa il mercato - sia divenuto una star come accaduto qui a Roma? Prima Sabatini, poi Monchi, considerati due vere e proprie primedonne del sogno (sogno?) americano. Ma dico, alla Juve, al Napoli, alla Lazio o all'Inter il direttore sportivo è così raccontato, celebrato, vissuto, analizzato, considerato, amato, criticato come alla Roma? No, proprio no, non c'è piazza che si avvicini anche lontanamente al mito del ds alla romana. E il motivo, nello smonta e rimonta romanista, è sotto gli occhi di tutti.

La speranza è che la Roma riparta a razzo e che questi due ko casalinghi negli scontri diretti non siano il metro di un sarto che dovrà poi cucire lo scudetto. Ma, dovesse andar male, sappiamo come finirà. Sarà stata colpa di DiFra come prima lo è stata di Spalletti, Garcia, Zeman e via così. E anche colpa di Monchi, così come lo è stata di Sabatini, sulle cui spalle, ci si è affrettati a caricare tutti i mali della Roma, senza ricordarne le plusvalenze milionarie, oltre a qualche inevitabile (quando si fa quel lavoro) errore di mercato.