Da Sivori a Pastore passando per Batistuta, Crespo, Zanetti e naturalmente Maradona. Il legame tra il nostro calcio e quello argentino è sempre stato fortissimo. In molti in Italia trovano una seconda casa e non la lasciano più. Come Abel Balbo che, arrivato nel 1989, non se n'è più andato.

Cresciuto in una dignitosa famiglia di Villa Costitucion (il papà era operaio), Abel approda al Newell's Old Boys grazie ad un provino procuratogli dal capo di sua sorella che, fortuna vuole, sia il vicepresidente del club. Il Verona lo nota subito, gli propone un contratto ma poi lo gira in prestito  al River Plate. L'Italia però è scritta nel suo destino: l'anno dopo l'attaccante viene rilevato dall'Udinese con cui scende anche in B. Nel 1993 viene acquistato dalla Roma di Mazzone. In seguito gioca nel Parma e nella Fiorentina. Nel 2000 torna a vestire la maglia giallorossa, questa volta sotto la guida di Capello. Dopo una breve parentesi nel Boca Juniors dice addio al calcio giocato.

Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, Balbo è diventato allenatore. Nel febbraio 2009 ha assunto la guida del Treviso, per poi lasciare l'incarico un mese dopo per carenze organizzative. Oggi l'argentino è consulente tecnico dell'Arezzo.


Centodiciassette reti in Serie A, 138 nei massimi campionati. Una macchina da gol, senza inutili fronzoli. Perché Balbo, pur essendo un giocatore molto tecnico, non cercava mai la giocata ad effetto da togliere il fiato. Il suo era un calcio essenziale ma efficace.  Flemmatico e corretto in campo come nella vita privata, forse anche grazie alla sua fede che lo conduceva in Chiesa ogni sabato, prima della partite.

Ma l'immagine del santo non gli appartiene. “Anche io mi arrabbio, mi arrabbio tantissimo e lo faccio anche vedere, come ricorderà qualcuno”, ha dichiarato in un'intervista tempo fa. Il riferimento è al famigerato caso Zeman. Correva il 1998, Balbo vestiva la maglia giallorossa ed ebbe un violento e pubblico scontro con Zeman, reo di averlo sostituito. Il buon Abel gli diede del laziale davanti a tutto l'Olimpico. E si sa per un romanista non esista offesa più grande. Episodio che macchia irrimediabilmente il suo curriculum di re del fair play ma che forse ce lo rende più umano.... Zeman non ce ne voglia.