Commenta per primo

C’è un senso di vuoto che non si spiega mentre rincaso dalla festa per Antognoni al PalaMandela. Perché non riesco a gioire dopo aver rivisto Lui, felice come non mai, in mezzo a migliaia di amici e decine di figurine che non invecchiano negli occhi partecipi e commossi di Chiarugi, Pasquale Iachini, Desolati, Merlo, Casagrande, Gentile, Miani, Ciccio Graziani, Orlando, De Sisti, Restelli e chissà quanti altri. Era tutto così caldo, vivo, intenso. Troppo tutto insieme? E non può essere il fatto che Antonio avrei voluto vederlo sopratutto, io e gli altri seimila, calciare anche per una sola volta il pallone, correre come solo lui sapeva correre e passarsi la mano tra i capelli sudati alla maniera di allora. I filmati e le parole non possono bastare; ma inutile illudersi, il tempo è passato, indietro non torna.

E tuttavia non si va neanche avanti. Dev’essere questo il motivo del malessere. E la notte per Antonio me lo sbatte in faccia senza prevviso: sono qui, a metà del guado e non so andare avanti o indietro. Quella Fiorentina, la mia, è li, sempre al suo posto. Quella di oggi, è di nuovo un’altra cosa. Esattamente come un fallimento e nove anni fa.  Possibile che due promozioni, notti Champions, Anfield e centinaia di gol dopo, debba provare lo stesso senso di smarrimento di allora, ai tempi di quella strana cosa chiamata Florentia? Sul palco sfilano come alieni Gilardino e Mencucci, Montolivo e Corvino. Non è Fiorentina anche questa? Una Fiorentina per la quale ho trascorso pomeriggi di gioia e nottate di felicità? Perché non scalda più la mia passione? Davvero è bastato l’addio di Prandelli perché tornasse algida, rarefatta, una convitata di pietra? Negli occhi assenti di Mencucci o in quelli adirati di Corvino leggi un disagio da parenti acquisiti così come in quello smarrito dei calciatori (appena più sollevati per qualche fischio risparmiato): questa festa non li riguarda. Circondati da una sorta di diffidenza, come amanti non corrisposti, si vedono sbattere in faccia il nostro infinito amore per Antonio non senza un velo di crudeltà.

Anche il Milan sono sempre stati due: quello di Berlusconi  e quello di prima di Berlusconi, di Rivera per intendersi.  Ma il Milan non si è mai allontanato dal proprio passato, ha voluto unire le coppe di prima con quelle di dopo, se non altro per dimostrare con orgoglio al mondo di essere il club più vincente. E nel grugno di Galliani si può scorgere immutata la tensione di decenni, ieri per Pierino Prati, poi per Van Basten, oggi per Ibra.  

Questa Fiorentina invece pare proprio non farcela. E’ nel dna dei Della Valle evitare di mischiarsi con la passione. E se mai l’hanno coltivata in un qualche passato, magari attraverso l’umanità di Cesare Prandelli, adesso pare definitivamente svanita. Così ci ritroviamo rinchiusi in un limbo senza confine ne odore. Una teca di vetro infrangibile che la notte per Antonio, come una scheggia impazzita, ha crittato nell’animo mio e di altre seimila anime in subbuglio.

Il direttore