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Mentre mezza Italia si interroga sul decreto e l’altra mezza disquisisce sul calcio e le 12 gare in 50 giorni, Bergamo pensa a sopravvivere. Le domande che non fanno dormire gli abitanti della Città dei Mille in questo lungo week-end di Primavera, non le può capire nessun’altra città italiana. Che intanto si chiede se andare a trovare quel cugino di sesto grado che di solito vede solo a Natale o se quell’amico con cui ha fatto asilo e superiori può essere inserito nell’autocertificazione come affetto stabile o, ancora, se per uscire a fare un giro deve per forza agghindarsi con il completo da jogging morto e sepolto nell’armadio. 
 
UN CALCIO AL CALCIO- Forse per la prima volta in 113 anni di storia, a quei nerazzurri così legati alla maglia da aver speso tutti i loro risparmi per volare a Kharkiv meno di cinque mesi fa (sembra trascorso un secolo…) per credere nell’impossibile, non interessa se l’Atalanta a giugno scenderà in campo, difenderà il quarto posto, se segnerà Ilicic oppure Zapata. Sarà comunque vuoto quello stadio, come lo sono da un po’ i loro cuori, e l’unica Curva che fisseranno pregando a occhi chiusi è quella dei contagi, perché non si rialzi e non li catapulti, di nuovo, in un incubo.
 
LA PAURA DELL’INFERNO- La Bergamo del calcio, se potesse, porterebbe avanti le lancette al 3 agosto. Perché i prossimi tre mesi saranno una lotta soltanto sul campo della vita. Cercheranno di restare a casa ancora il più possibile, mentre più a Nord e a Sud invaderanno le piazze, proveranno a evitare riunioni famigliari, a non farsi ingannare dalla ripresa promulgata a Roma, perché come può presentarsi ai nastri di ripartenza chi è ancora a terra, a metà del percorso? Dovrà prima abituarsi a lavorare in pieno agosto col sudore nei guanti e il fiato corto contro la mascherina-altro che vacanze estive e recinti di plexiglass- e poi tornare subito a casa. Sperando di non usufruire di quei reparti di terapia intensiva che hanno fatto gli straordinari e ora sono insolitamente vuoti. No, a Bergamo non si pensa ancora a farsi coprire il grigio dal parrucchiere il 1° giugno, o a quell’incontro con gli amici al pub, e figurarsi alla prova costume nel camerino del negozio che tra poco riaprirà. Si pensa solo a sopravvivere, a superare la temutissima Fase 2. 
 
LA NOTTE DELLE STELLE- Ma la Champions, quella, è un’altra cosa. Il 3 agosto i bergamaschi sperano di potersi guardare ancora negli occhi, uscire con fiducia e un primo accenno di sorriso, tornare a pensare anche alle imprese eroiche della Dea. Lontana, in un campo neutro e ben igienizzato, in una sfida secca da dentro-fuori. Vederla giocarsi tutto in 90’, come Bergamo, che si giocherà tutto in 90 giorni. Sarà una partita storica, per il suo valore- l’accesso alle Semifinali- e per la portata simbolica verso la città, che avrà avuto tempo di abituarsi alla nuova vita, di realizzare ciò che ha perso e di onorare i suoi defunti. Che resteranno ‘Per sempre nella Storia’. Quella che proverà a fare l’Atalanta nella notte di San Lorenzo. La notte delle stelle, tra quelle cadenti che la sfioreranno per sostenerla anche da lassù, e quelle di Champions, per un futuro-comunque vada- che resterà impresso nel firmamento.