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C’era baldoria, sulle tribune del Filadelfia la domenica pomeriggio, con i supporter granata stipati uno sopra l’altro ad ammirare le prodezze di Loik e Mazzola. E, poi, tra un urlo di giubilo e una ola, c’erano le sirene a spezzare la magia. La gente correva via, scappava, tra gli spari delle mitragliatrici. La partita si interrompeva a metà, poi riprendeva e di nuovo veniva sospesa. Era la Seconda Guerra Mondiale. 
 
Oggi, attorno al Gewiss Stadium, regna invece il più triste dei silenzi domenicali in una città in guerra. Nessun appuntamento alle 15, ma a squarciare l’immobilità di una città sempre di corsa c’è ancora una volta una sirena. Annuncia la corsa disperata dell’ennesima ambulanza che non sa se riuscirà a dare ossigeno e un posto letto a un paziente sempre più giovane e sempre più grave.
 
Settantacinque anni fa il Grande Torino scendeva in campo, giocava e vinceva. Nonostante tutto, anzi, soprattutto per quello che stava succedendo intorno a lui. Le cronache di un tempo raccontano di un bisogno assoluto di svago da parte di una popolazione colpita nel profondo, annientata e ferita dagli spari, dalle bombe, dalle devastazioni assordanti. Volevano, no, dovevano credere che esistevano eroi più forti di tutto, capaci di risollevare la Nazione. I campionati a gironi andarono avanti. L’Italia aveva bisogno di fuoriclasse e di trionfi per rinascere dalle macerie in cui l’avevano sepolta. E il Grande Torino rappresentava questo: l’emblema di un Paese devastato che vuole risorgere dalle sue ceneri, la prova concreta che ripartire è possibile. Il sogno di rinascita che legava la città granata a tutta la Penisola.
 
Oggi, settantacinque anni dopo, a Bergamo si parla ancora poco di rinascita. Qualcuno la sussurra temendo sia una falsa speranza, qualcun altro invece, col cuore colmo di fiducia, la canta a piena voce. E proprio nella settimana in cui un tenue ottimismo sembra fare capolino tra le Mura, il capo ultras dell’Atalanta divide tutti con una proposta indirizzata al presidente Percassi: la Dea, comunque vada, deve ritirarsi dal campionato, per rispetto di chi non c’è più, di chi sta ancora lottando, di chi ha perso tutto, compresa la voglia di esultare al 22esimo gol di Ilicic. Appare moralmente giusto, fin troppo corretto. Qualcuno porta le mani avanti e chiede “di aspettare, non si può decidere ora”, rimandando tutto alle alte sfere. Perché la questione è delicata, anzi, delicatissima. Ma una domanda me la pongo: perché la Dea non può essere come quel Grande Torino?
 
Che tra l’altro gli assomiglia, solo alla lontana, per le tante goleade che hanno fatto oggi come ieri il giro del mondo. Nessuna provocazione quindi, solo uno spunto di riflessione. Perché mi immagino Bergamo, la mia Bergamo ferita e ancora in lacrime, che sogna qualcosa di impossibile. Perché impossibile lo è già quello che le è capitato, una bomba silenziosa che si è fatta oltre ottomila chilometri per piombarle addosso all’improvviso in un colorato week-end di Carnevale. So per certo, dai racconti di tanti che hanno perso il lavoro o che per settimane sono stati ricoverati in ospedale con l’ossigeno, del bisogno disperato di un simbolo di rinascita a cui aggrapparsi. I dottori che ripetono di essere ottimisti e loro che, per non pensare al peggio, rammentano l’ultima impresa dell’Atalanta. Quei momenti di gioia vissuti in famiglia prima che l’incubo li inghiottisse. I raduni in centro, all’aeroporto. Le mani al cielo, gli abbracci. La squadra che, in diretta mondiale, compiva un’impresa e la dedicava a loro, incoraggiandoli a non mollare.
 
Bergamo però non ha bisogno di eroi, ne ha già in abbondanza, tra le corsie di ospedali da guerra e da campo. Eroi senza nome ma anche senza volto, celato dietro una mascherina. E forse è vero, per un po’ non ce la farà nemmeno a trovare la spinta giusta per saltare tra le Curve di uno stadio. Ma Bergamo, questo sì, ha bisogno di un Mito, di credere nell’impossibile, di un sogno che, nonostante tutto, va avanti. A testa alta, con più consapevolezza e un lungo libro di nomi a cui dedicare la prossima vittoria. Che non è quella sul destino, ma di una città che, nonostante quel destino, si rialza e lotta con forza. In mezzo a nuovi spettatori in cielo e combattenti in terra che corrono veloce come la Dea Atalanta e non mollano mai.
 
Certo, se si dovesse decidere di annullare e sospendere il campionato, si ripartirà con questa spinta l’anno prossimo. Ma, se tutti gli altri dovessero indossare di nuovo la maglia, perché gli 11 della Dea non dovrebbero vestirla per correre, combattere e vincere per Bergamo? Non c’è bisogno di andare allo stadio, né di fare festa, cantare o esultare sugli spalti. Chiuse le porte del Gewiss Stadium, come quelle del cuore di chi ha bisogno di ancora tanto tempo per comprendere, soffrire e superare. Ma sapendo che là fuori, tra il silenzio rispettoso che avvolgerà le mura del vecchio Comunale, ci sono 11 lumicini che provano a illuminare qualche volto e riaccendere la speranza. La rinascita è possibile, ma può avvenire anche nella quiete di una domenica pomeriggio, in una città a cui serve del tempo per ritrovare il senso di applaudire una partita di pallone.