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Dà più fiducia a un paio di scarpe consumate e degne, che a uno smoking fiero ma ipocrita. Schivo, indisposto al vuoto perbenismo, aperto ai sorrisi integri. L’agente sportivo, George Atangana, è un uomo che ha faticato per abbracciare la sua ambizione, che non si è arreso di fronte ai rischi e alle paure. Perché in fondo al buio dei suoi occhi scuri, a sospingerlo, ci sono ricordi di vita vera. C’è il timbro frangibile di una voce anziana, consapevole custode del bene più prezioso: la candida speranza conservata nel cuore di un bambino.

Buonasera Signor Atangana, cosa ricorda del suo passato in Camerun?
“Penso alla mia infanzia, ai miei amici. Penso a tutte le cose vere che l’Africa ha messo dentro di me. Penso alla fratellanza, ai bambini che eravamo. E penso immancabilmente al mio cortile, a quando la sera, prima di andare a letto, la signora più anziana ci radunava. Era seduta su uno sgabello, noi a cerchio col sedere per terra e le ginocchia raccolte. Ascoltavamo i suoi racconti, storie che ci portavano ovunque”.

Le manca tutto quello?
“Mi mancano gli amici. Mi manca il Siamo sostituito al Sono. Mi mancano l’ora di pranzo e quella di cena, quando ognuno si fermava a mangiare nelle case in cui capitava. Quando la vicina urlava «È pronto» e ognuno si infilava in qualche portone”.

L’Africa non è solo quella che muore di fame.
“Dio non ci ha dato soldi, ma in cambio ci ha offerto la natura. In Africa il cibo non manca, riusciamo a reperirlo grazie all’immensa varietà che il territorio offre. Poi è chiaro che negli stati in emergenza cambia tutto. Le guerre distruggono, portano fame e morti. Ma l’Africa non è solo quella, per fortuna”.

Cosa pensa quando ascolta slogan del tipo «Aiutiamoli a casa loro»?
“Penso che purtroppo gli africani non abbiano mai avuto una loro casa. Pensateci, siamo tutto sommato ospiti del nostro territorio. Abbiamo ricchezze di ogni tipo, che ci vengono puntualmente sottratte dai paesi che chiamiamo civili. Democratici. La verità è che a casa nostra ci sfruttano e basta, purtroppo con la complicità dei nostri politici. Dalle nostre parti c’è un detto: «Nessuno può venire a farti del male nella tua dimora se prima qualcuno di casa non gli ha aperto la porta”.

Che Italia era quella che l’ha accolta?
“Un paese meraviglioso, più aperto, tollerante. Non c’era l’odio che percepisco adesso”.

Ricorda i primi giorni?
“Impossibile dimenticarli. Arrivai ed ero in attesa di una camera in convitto, un alloggio universitario, ma per questioni burocratiche la faccenda non accennava a  sbloccarsi e il fatto che non parlassi una sola parola d’italiano non aiutava certamente ad accelerare le pratiche. Ero un po’ smarrito tra le varie mie preoccupazioni quando a un certo punto si avvicinò una signora a parlare con la donna allo sportello e nel vedermi in attesa rivolse anche a me qualche domanda. Era un’insegnante italiana che aveva lavorato in Senegal e per questo motivo parlava benissimo il francese. Prese a cuore il mio caso e all’improvvisò compose un numero di telefono. Non capivo, ma quindici minuti dopo mi ritrovai davanti quelli che si sarebbero rivelati per me due veri angeli. Ero solo un estraneo, non sapevano chi fossi, ma avevano già deciso che mi avrebbero aiutato dopo aver ricevuto quella telefonata a cui solo casualmente riuscirono a rispondere”.

In che senso?
“Non c’erano i cellulari e loro erano pronti per mettersi in viaggio. Stavano chiudendo a chiave la porta per andare tre mesi in vacanza quando hanno sentito squillare il telefono dal pianerottolo e sono rientrati in casa. Vennero a prendermi e mi portarono nel loro appartamento, mi lasciarono le chiavi, dei soldi e un frigo pieno. Partirono per le vacanze e ogni fine settimana venivano a controllare se stessi bene”.

Qualcosa di impossibile ai giorni nostri.
“Impensabile. Non solo in Italia. È il mondo che sta cambiando, corre senza una direzione, senza un motivo reale. Ci toglie sicurezze, ci priva degli affetti. Tutto all’insegna del business. Così a fine corsa ti ritrovi solo e di fronte a un burrone, e ti chiedi perché non ti sei fermato prima. Abbiamo perso la fiducia, non sappiamo più darci. Ma se ci pensa, non sappiamo più neanche ricevere. Perché ogni volta ci aspettiamo che ci stiano per chiedere in cambio qualcosa”.

Ricorda gli inizi da procuratore?
“Momenti duri, di sofferenza e costante impegno. Era il mio secondo lavoro, che ovviamente sostenevo col primo. Ero impiegato in un negozio di ottica e investivo i proventi nella mia passione, che ha sempre richiesto tanti viaggi”.

E poi è arrivato al suo primo calciatore.
“Robert Maah, un calciatore fantastico e un uomo eccezionale. Lo portai nel campionato di Eccellenza, nel Faenza. Venne premiato come miglior calciatore della categoria in Emilia Romagna, 21 gol in 19 partite e l’anno successivo arrivò la chiamata del Bari. Tutto ha avuto inizio così”.

Ma cosa c’è dietro Robert Maah?
“Ci sono momenti durissimi in cui la vita ti mette davvero alla prova. Momenti in cui sei quasi convinto che forse la cosa migliore è lasciar perdere. Perché non è facile fare i conti con orgoglio e dignità, ma chi lavora con sacrificio non deve vergognarsi di niente”.

Ha voglia di raccontarci qualcuno di quei momenti?
“Ve ne racconto due. Il primo è legato a un mio viaggio in Belgio. Mi segnalano un calciatore e parto per andare a vederlo, programmo tutto nel dettaglio ma arrivato sul posto mi rendo conto che devo fermarmi per più tempo. Si rende necessario un incontro col calciatore, ma non avevo abbastanza soldi. Dovevo decidere se pagarmi l’albergo o se mangiare e optai per la seconda scelta. Andai a dormire in aeroporto”.

La seconda?
“Ha mai visto quel famoso film «La ricerca della felicità»?

Certo, perché?
“La routine era quella, tutti i giorni una corsa sfrenata verso la corriera per accompagnare mio figlio a scuola. Quell’anno l’inverno fu molto rigido, una mattina uscimmo di casa per andare come sempre alla fermata dell’autobus e in faccia ci arrivava di tutto, acqua e vento gelidi. Pioveva, a terra c’era mezzo metro di neve depositatosi il giorno prima e si era ormai creato un pantano che ci rese complessi gli spostamenti. Arrivammo a scuola in condizioni rivedibili e mio figlio, all’epoca molto piccolo, a un certo punto mi guardò e mi disse: «Papà, ti prego, compriamo almeno una Fiat». Mi fece sorridere e riflettere, ai suoi occhi la Fiat era un lusso”.
Qual è stato il trasferimento che le ha dato la spinta per continuare?
“Ousmane Dramé al Padova Calcio. È stata quella la trattativa che mi ha fatto capire per la prima volta che avrei potuto vivere di questo mestiere. Vado a vederlo a Parigi, lo noto e lo porto in Italia. Arriviamo al Padova, c’era Foschi, e il provino iniziò malissimo. Primi due palloni; un liscio e un mancato stop con la palla che gli scivola sotto la suola. Il ragazzo si gira verso di me, mi mostro tranquillo, avrei voluto sparire. Poi si accende e inizia a far vedere improvvisamente cose meravigliose. Arriva una buona soddisfazione, ma continuo a lavorare nel negozio di ottica”.

Però comprò almeno un auto.
“Si, (ride, ndr) per la soddisfazione di mio figlio presi un’utilitaria”.

La vita le cambia davvero con Belfodil.
“Era un bel prospetto del Lione ma erano disposti a darlo via. Avevo preso la sua procura e ricordo che ero in giro per l’Hotel Quark quando a un certo punto vedo un indaffarato Zanzi, all’epoca ds del Bologna, passeggiare avanti e indietro per il corridoio. Gli chiedo «Roberto, cosa cerchi?» «Un attaccante», mi rispose. Gli parlai di Belfodil, lo conosceva. Dopo 5 minuti firmammo tutto”.

Percorso netto, Bologna, Parma, Inter.
“Il Bologna decise di non riscattarlo e arrivò il Parma. Donadoni lo aveva visto in partita proprio da avversario e gli era piaciuto. Disputa una buona stagione, si afferma come uno dei migliori prospetti del campionato e guadagna l’interesse dell’Inter”.

Ricorda la trattativa?
“Con l’Inter ci accordammo immediatamente, ma i club faticavano a trovare una formula. Chiusero inserendo Cassano e la mia vita professionale ebbe una svolta decisiva in quel preciso momento”.

Anche se poi inaspettatamente qualcosa è andato storto.
“Il talento nel calcio non è tutto e Belfodil lo ha dimostrato. Ancora adesso capita di parlarne con lui. Era immaturo, non riusciva a capire quale fortuna gli fosse capitata e alcuni suoi atteggiamenti, insieme a qualche panchina, gli fecero maturare l’idea di andarsene. Prima di accettare il Livorno rifiutò 12 offerte, rischiò di farmi impazzire. Poi dopo gli consegnai il mandato di procura e lo lasciai andare. Non fu un periodo semplice. Oggi è divenuto un uomo, è maturato e ha una bellissima famiglia. Ishak si è ritrovato, era solo questione di tempo. sta facendo ottime cose con la maglia dell’Hoffenheim e gli auguro di continuare così”.

Poi arriva Kessié.
“Un ragazzo dal cuore d’oro, onesto e riconoscente, qualità che nel mondo odierno, soprattutto in quello del calcio, è ormai impossibile trovare. Stella Club contro Africa Sport, entra questo ragazzino negli ultimi dieci minuti e mi lascia addosso delle sensazioni uniche. Lo seguo anche al Mondiale di categoria e trovo la sponda dell’Atalanta. Dopo sei mesi a Bergamo lo porto al Cesena e chi trovo lì? Foschi, lo stesso che c’era al Padova con Dramé. È un cerchio che si chiude. Franck disputa una grande stagione, la Roma lo chiede con insistenza ma decidiamo di tornare a Bergamo e fare un anno con Gasperini”.

Scelta giusta.
“Scelta saggia. A Bergamo Franck fa vedere tutte le sue qualità. Ricordo una partita in particolare, Atalanta-Inter, vinta dai bergamaschi. Al termine del match mi telefonò Ausilio, che mi dava per disperso dai tempo di Belfodil, e mi disse: «Ma allora tu non muori mai». “«Sono africano, ho la pellaccia dura», gli risposi”.

Arrivò il Milan.
“Roma e Atalanta si erano portate molto avanti ma noi avevamo raggiunto un accordo verbale con i rossoneri. In realtà la cosa clamorosa avvenne poi con l’Inter”.

Cioè?
“Avevo la stretta di mano con il Milan quando mi chiama la società nerazzurra  per dirmi che avremmo dovuto assolutamente vederci per parlare di Franck. Un appuntamento in un luogo inusuale. L’Inter provò seriamente a inserirsi all’ultima curva per Kessié ma ormai avevo dato la mia parola al Milan, che vale più di una firma”.

Quale sarà il futuro di Kessié
“Ricordo che abbiamo sposato il Milan quando era una scommessa, lo abbiamo fatto perché questo è un club che ha sempre significato molto per noi. Adesso c’è un progetto in via di sviluppo e per questo motivo il presente mi induce a pensare che anche il futuro possa essere a tinte rossonere. Siamo in uno dei club più importanti al mondo, che sicuramente non vive il momento di maggiore splendore, ma che intende rilanciarsi”.

Cosa ha frenato la crescita del Milan?
“In qualsiasi progetto, i continui cambiamenti destabilizzano. È un dato di fatto”.

La questione Coronavirus costringe Kessié ancora in Africa.
“Si, la Costa d’Avorio ha chiuso le frontiere e per questo motivo non è semplice farlo rientrare, ma so bene che non è lì con le mani in mano. Franck si allena tutti i giorni per farsi trovare pronto e cerca di rendersi utile anche dal punto di vista sociale. Ha fatto recapitare cibo alle famiglie in difficoltà e regalato mascherine e disinfettanti. In una situazione come questa, chi può aiutare, deve farlo”.

Il prossimo calciatore che porterà in Italia?
“Vorrei che vi segnaste il nome di Frank Boya, del Mouscron. Centrocampista che abbina tecnica e forza fisica, 194 cm per 92 kg. Molto forte e cosa incredibile, in scadenza di contratto”.

Dove si vede da anziano?
“Dove mi porterà il mondo, dove mi porterà la vita. Magari in un cortile, su uno sgabello, con tanti bambini seduti attorno”.