54
Registrare i 69 anni di Claudio Ranieri - oggi, auguri! - significa avere il modo di raccontare il percorso professionale e umano di un allenatore che ha attraversato il nostro calcio con signorilità ed eleganza, con una competenza mai sbattuta in faccia agli altri e - soprattutto - con una qualità che spesso fa difetto ai suoi colleghi (ognuno pensi all’allenatore che vuole), cioè il senso della misura. Ranieri è un sarto d’eccellenza, dietro ogni sua creazione - rimasta nella Storia o passata anche solo nella cronaca - c’è la sua mano. La mano ferma di un uomo che sa di calcio. Può vincere o perdere, ma conosce la materia come pochi.

Per rispondere a tutti quelli che non l'hanno mai considerato un vincente (pochi lo ricordano ma Mourinho coniò per lui l'espressione «Zero tituli»), Ranieri si è permesso il lusso di vincere una sola volta, ma quella sola volta vale per tutte. Leicester, ovviamente. Prima e dopo, tanta roba. E’ stato pioniere all'estero prima che i nostri tecnici venissero apprezzati. Prima dei cinquant'anni - alla fine degli anni ’90 - aveva già allenato Valencia (una Coppa di Spagna l'ha pur vinta) e Atletico Madrid, subito dopo ha piazzato un quadriennio al Chelsea (quando venne esonerato arrivò proprio Mourinho). In verità Mr Tinkerman - l’“Indeciso” come lo chiamavano in Inghilterra - ha allenato ovunque, Spagna, Inghilterra, Francia (biennio al Monaco, poi Nantes), persino la nazionale greca.

E Italia, ovviamente: sempre l’uomo giusto nell'anno sbagliato. Squadre di fascia media (Fiorentina su tutte) e di vertice, come Inter, Roma, Juventus, Napoli all'inizio della carriera. Ha seminato molto, Ranieri. Ha sfiorato lo scudetto una sola volta, con la Roma. Alla guida della Juve è arrivato terzo, piazzamento che a Torino fa sempre storcere il naso. L'anno scorso - per dire - è stato protagonista di una piccola grande impresa (che è stata poco sottolineata), prendendo una Sampdoria sull'orlo della disperazione e salvandola senza problemi. Quest'anno - dopo una partita-fantasma contro la Juve e una scellerata sconfitta a Marassi col Benevento - ha espugnato Firenze e ha rifilato un 3-0 alla Lazio. Da Augello a Thorsby, fino al talentino danese Damsgaard; il materiale di qualità su cui lavorare è promettente.
Non ha la pretesa di inventare ogni domenica il mondo e nemmeno quella di predicare il Verbo, è consapevole invece che fare bene il mestiere di allenatore significhi far rendere al meglio il materiale tecnico che si ha a disposizione. Ogni tanto ci riesce, ogni tanto no. Va così anche nella vita. Ranieri appartiene a una categoria di allenatori che ha vissuto (in panchina) il calcio in bianco e nero degli anni ’80 e ’90: nei cinque top-campionati d'Europa tra gli allenatori di club il solo Roy Hodgson (Crystal Palace) ha una carta d’identità più consumata (l'ex Inter è del ’47, Ranieri del ’51). In Italia lo segue Gasperini (62), di sette anni più giovane.

Insomma: Ranieri fa una gara per conto suo e ha raggiunto da qualche anno (dopo l’impresa col Leicester) uno status che gli permette di uscire indenne anche da qualche passo falso (Fulham due anni fa). A noi Ranieri piace perché - con i suoi modi, con le sue idee - riporta il calcio alla semplicità. Non lo sentirete mai arrovellarsi su principi tattici, non vi capiterà mai di vederlo mentre si lamenta di questo e di quello. Il calcio in fondo è una cosa semplice, la tranquillità con cui ne parla e lo tratta Ranieri ce ne dà conferma ogni giorno.