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Avanti tutta, avanti (quasi) tutti. Quando il calcio europeo dà cittadinanza anche a qualche intruso siamo sempre lì a parlare di favole; in realtà non si arriva a fare tanta strada - l’Atalanta insegna - se non c’è un lavoro in profondità fatto di competenza, programmazione e scelte tecniche di qualità. La storia delle coppe europee - dalla Champions fu Coppa Campioni all’Europa League fu Uefa alla bandita ma forse di nuovo di moda Coppa delle Coppe - è anche un lungo elenco di squadre-sorpresa che si intrufolano nell’élite europea, come ospiti non previsti. Ci sono stati exploit che sono durati una sola stagione, altre volte invece la parentesi è stata più lunga. In ogni caso, sempre e comunque, sono state scritte delle pagine indelebili di questo sport.

Il punto più alto - in questo senso - è rappresentato dal Nottingham Forest che - con il leggendario Brian Clough in panchina - detiene un record: ha vinto più coppe dei Campioni (2) che titoli nazionali (1). Tra il finire dei ’70 e l’alba degli ’80, il Notthingam di Peter Shilton, Viv Anderson e Trevor Francis vinse da neopromosso il campionato inglese e si aggiudicò nei due anni successivi due volte la coppa più ambita. Qualcosa di simile stava per accadere alla Sampdoria di Vialli&Mancini, che sull’onda lunga dello scudetto andò a giocarsi la finale di Coppa dei Campioni 1991-92 contro il Barcellona e venne tradita soltanto da un siluro di «Rambo» Koeman nei tempi supplementari, sfiorando di un niente quel trofeo che avrebbe sicuramente meritato. In tempi recenti - parliamo del ventennio del Duemila - la vincitrice meno prevedibile della Champions è stata una portoghese, il Porto allenato da Mourinho, che nel 2004 diede una lezione di calcio in finale al Monaco; mentre - andando indietro nel tempo e tornando alle stagioni dominate dagli inglesi - un’incursione a sorpresa fu quella dell’Aston Villa che nel 1982 a Rotterdam conquistò la coppa contro il più quotato Bayern Monaco.

Gli anni ’90 sono quelli del dominio italiano nelle coppe. Agli atti finali ci arrivano tante squadre, compresa la Fiorentina di Baggio battuta (1989-90) dalla Juventus nella finale tutta italiana. Avanti: il Genoa 1991-92 raggiunse la semifinale di Coppa Uefa. Allenato da Bagnoli, il Grifone si prese la soddisfazione di andare a vincere ad Anfield Road (prima squadra italiana). Era il Genoa di Skuhravy e «Pato» Aguilera, di Fiorin e Onorati, di Eranio e Ruotolo. Quello stesso anno in finale ci andò il Torino di Walter Casagrande. Chi non ricorda la sedia alzata da Mondonico per protesa durante la finalissima contro l’Ajax? Qualche anno dopo (1993-94) in semifinale ci arrivò anche il Cagliari, che venne eliminato dall’Inter: 3-2 a Cagliari, 3-0 a San Siro con rimonta nerazzurra portata a termine.

Capitolo Coppa delle Coppe, il torneo che prevedeva la partecipazione delle squadre che vincevano la coppa nazionale: c’è un ricorso per l’Atalanta, che nel 1987-88 fece parecchia strada e si fermò in semifinale, battuto dai belgi del Malines (all’epoca squadra di vertice del calcio belga) che poi si aggiudicò il trofeo. Il Parma 1992-93 - quello di Nevio Scala e della meglio gioventù del calcio italiano (Melli, Minotti, Apolloni, Osio, Benarrivo e poi Asprilla) - era una squadra fortissima e a Wembley spazzò via i belgi dell’Anversa. Favolosa la cavalcata del Vicenza di Guidolin che nel 1997-98 giocò la finale di Coppa delle Coppe col Chelsea. Negli anni ’80 la Coppa delle Coppe cambiò molti padroni, tra cui squadre di seconda fascia come la Dinamo Tiblisi (1981) e l’Everton (1985).

Il Bologna 1998-99 di Mazzone arrivò fino ad un passo dalla finale di Coppa Uefa, beffato all’ultimo sospiro e al Dall’Ara dal Marsiglia nella gara di ritorno. I rossoblù avevano eliminato nell’ordine Sporting Lisbona, Slavia Praga, Real Betis, Olympique Lione. Al penultimo atto trovarono il Marsiglia. La gara d’andata al Velodrome terminò 0-0. Al ritorno il Bologna segnò nel primo tempo il gol-qualificazione con Paramatti e lo difese fino a tre minuti dal termine quando - tra le proteste del Dall’Ara - l’arbitro assegnò un calcio di rigore, realizzato con freddezza dal francese Laurent Blanc che anni prima - molto giovane - aveva giocato a Napoli, l’anno dopo quel trionfo giocò con l’Inter e una decina d’anni più tardi alzò la Coppa del Mondo.