Dal cielo niente di buono. Piove e fa anche un freddo autunnale di quelli che hai proprio niente voglia di uscire di casa. La sera, soprattutto. Ma come si fa? All’Allianz Stadium è in programma un dopo cena di festa. Si deve celebrare la bellezza di un ottavo scudetto di fila e ringraziare i protagonisti dell’ennesima fantastica avventura. Mancare l’appuntamento non sarebbe educato. Anche se qualcuno e forse molti si presenteranno con dipinta sul volto un’espressione un po’ così. Di quelle tutto molto bello, per carità, ma avrebbe potuto essere addirittura bellissimo. E il pensiero all’ennesima mancata Champions sarà soltanto un pretesto per non lasciarsi andare ad un samba brasilero. Occorrerebbe uno spirito differente. Lo spirito della festa autentica e non quello del classico ultimo giorno di scuola e del libera tutti per le vacanze. 

Non sarà, questa sera, soltanto la notte che segnerà la fine di un campionato. Suonerà la campanella del “finis” per annunciare la chiusura di una storia. E quando qualcosa di importante svanisce non è possibile “pazziare” con animo libero e fanciullesco. Un senso di agrodolce rimane dentro ciascuno insieme a qualche domanda per la quale, al momento, non c’è risposta. Si sarà agito per il meglio? Toccherà a Nedved, in particolare, e a Paratici darsi da fare per legittimare, in positivo, il loro operato di giustizieri. L’augurio è che ci riescano perché, in caso contrario, potrebbero diventare loro le vittime sacrificali nel nome di un presidente, Andrea Agnelli, costretto a rinnegare la sua parola data per soddisfare i desideri dei sui due collaboratori più stretti. Massimiliano Allegri, comunque, lascerà questa sera da signore e la gente bianconera avrà il dovere di ringraziarlo con altrettanta eleganza. Magari senza amore, ma con assoluto rispetto prima per l’uomo e poi per il professionista. Staremo a vedere.

Ma se per il tecnico livornese si tratterà dell’interruzione del rapporto di lavoro, con trasferimento ad altra sede ancora da definire oppure alla pausa di un anno sabbatico, per un altro “professore” della scuola bianconera l’ora e mezza di lezione a sua disposizione in cattedra significherà la fine della sua carriera professionale. Per lui nessun “arrivederci” sarà più possibile. Perché così ha detto Andrea Barzagli e così verrà fatto. Ecco, per il difensore di otto scudetti e di un mondiale azzurro conquistato sotto il cielo di Berlino la festa dovrà essere autentica e priva inutili pulsioni figlie del rimpianto. Lui soprattutto proverà un senso di naturale malinconia e di legittima emozione, ma nessun rincrescimento. Ha dato tutto se stesso, anche parte del suo fisico martoriato da mille battaglie, per la causa di una professione vissuta e praticata senza mai alzare la voce e senza le esagerazioni tipiche di una categoria popolata da fin troppi supereroi talvolta soltanto sedicenti.

Andrea Barzagli, per la Juventus e per tutto il nostro calcio, rappresenterà sempre il simbolo di quella razza sana e silenziosa di lavoratori del pallone la quale va sempre più estinguendosi come i panda. C’è da immaginare che, questa sera, neppure dopo aver tenuto l’ultima lezione non prenderà a girare intorno al campo come una rockstar a fine concerto, ma si limiterà a salutare il pubblico magari con un inchino e un bel po’ di lacrime trattenute a stento per pudore. Lo rivedremo, magari, su qualche panchina oppure dietro una scrivania manageriale. Perché i professori rimangono tali per tutta la vita. E Andrea Barzagli è fior di professore.