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Intervistato da Sportweek il centrocampista del Milan, Ismet Bennacer si è raccontato a tutto tondo.

CARATTERE - "Sono fatto di mio in una certa maniera, da bambino mi piaceva prendere rischi, ero un kamikaze. Il calcio ha contribuito nel farmi guadagnare sempre maggiore fiducia in me stesso. Però nel privato resto una persona discreta, riservata".

L'ITALIANO - "La lingua? L’ho imparata nello spogliatoio, per strada… Ho fatto una lezione, una sola, quando ero a Empoli. Faccio ancora un po’ di fatica solo quando devo usare i tempi dei verbi al passato o al futuro".

LA SCUOLA - "A scuola ero molto, molto intelligente. Mio padre aveva vent’anni quando arrivò in Francia dal Marocco. Fa il muratore da quando aveva 12 anni, non sa leggere e scrivere, perciò ha sempre considerato la scuola la cosa più importante per noi figli. Ci diceva: “Io lavoro per voi. Perché non voglio che facciate la mia stessa vita. Per questo dovete studiare”.

L'ARSENAL - "Perché lì non ha funzionato? Arrivo in Inghilterra a luglio. I primi due mesi resto in albergo perché non volevo andare a vivere in una famiglia che non conoscevo. Avevo 17 anni, non ero maggiorenne e non potevo vivere da solo, così mia sorella viene a stare con me. Poi mi raggiunge Chaines, con cui ero fidanzato dai tempi della scuola e che in Inghilterra sarebbe diventata mia moglie. A settembre, finalmente, vedo il campo. In Coppa di Lega, contro lo Sheffield: si fa male Chamberlain, Walcott entra al suo posto e dopo due minuti si fa male pure lui, così Wenger mi butta dentro. Il problema è che mi mette largo a sinistra nei tre davanti: è un ruolo che non ho mai fatto. Sento addosso una pressione pazzesca. Perdo pochi palloni, ma ne prendo pure di meno. Dopo di allora non ho più giocato, però non ho rimpianti: mi sono allenato con giocatori importanti come Özil e Cazorla.

L'ALGERIA - "Non l'ho scelta per mia mamma, ma è stato per motivi calcistici. Rispetto al Marocco, il progetto sportivo dell’Algeria mi ha convinto di più".
L'EMPOLI - "Dall’Arsenal all’Empoli fu un bel salto all’indietro? Con gli inglesi avevo ancora quattro anni di contratto, ma io vado dove mi vogliono davvero. Non conoscevo Empoli, ma ho accettato di scendere dalla Premier alla Serie B italiana perché quello è stato il club che mi ha voluto più di tutti. Allo stesso modo ho fatto col Milan: l’ho scelto per la sua storia, ma più ancora perché il suo progetto era il migliore per me"

NON HO COLLEGHI DA IDOLATRARE - "Non ho colleghi da idolatrare. Li ammiro, ma se incrocio Cristiano Ronaldo o Messi non vado in processione a rendergli omaggio. Non per presunzione, ma perché, al contrario, la mia religione mi chiede di essere umile e discreto. E insegna che anche Ronaldo e Messi sono uomini come gli altri. Quando con l’Empoli giocai per la prima volta contro lo juventino, a fine partita molti miei compagni andarono a chiedergli un selfie. Io no".



TROPPI CARTELLINI - "Mamma mia… Questo è un aspetto da migliorare del mio gioco. Sono, come si dice, irruento. Troppo aggressivo. Certe ammonizioni le ho prese davvero per niente".

IL MILAN - "No, è che sento l’importanza di questa maglia, a San Siro i tifosi spingono e tu vuoi aiutare di più la squadra, sempre di più. Voglio dare tutto, e quando vuoi dare tutto finisci che non pensi. Invece un calciatore deve sempre pensare, prima di fare".