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Nutro un profondo rispetto per chi lavora mettendo davanti a tutto l’onestà intellettuale. Massimiliano Allegri è un allenatore che, sicuramente, alla filosofia preferisce la concretezza. Un pragmatico, come si dice. Sotto questo aspetto va rispettato. La condivisione, però, è ben altra cosa. Talvolta, se non soprattutto, il gioco del pallone viene condizionato e diretto da sottili pulsioni psicologiche le  quali possono indirizzare i risultati in un senso piuttosto che in un altro. Per quel che riguarda la Juventus, riveduta e corretta dopo le uscite di Tevez, Pirlo e Vidal, sto osservando con estrema attenzione lo sviluppo del “caso”  Dybala e della sua palese difficoltà a realizzare se stesso in un ambiente dove, per il momento, sta vivendo suo malgrado una situazione ambigua.

Personalmente lo ritengo un rappresentate di quella “razza campione” che sempre più scarseggia e specialmente in Italia. Voglio spingermi ancora oltre per dire che, pur rischiando di venir lapidato per bestemmia, in virtù di certi suoi movimenti in campo, di un “a plomb” particolare, di esternazioni che occorrerebbe leggere tra le righe mi viene naturale sovrapporre la figura di Dybala a quella di un mito inarrivabile di una Juventus da sogno. Insomma, Omar Sivori. Miodio, ripeto, non voglio essere incenerito da un fulmine lanciato dal Dio Palla inventato da Gianni Brera. Eppure, con tutti i necessari distinguo, tra i due argentini divisi da almeno tre generazioni esistono similitudini perlomeno bizzarre. Alcune di ordine estetico. Tre i loro nomi di battesimo. Luis Enrique Omar Sivori. Paulo Bruno Exequiel Dybala. Bisnonni italiani per entrambi. Il primo nato a San Nicolas e il secondo a Laguna Larga, due città equidistanti da Baires. Tutti e due alla Juventus a ventidue anni di età. Altre di carattere professionale. Un avvio in bianconero non certamente esaltante. Fu Charles, con 28 gol realizzati,  l’uomo chiave della Juve 1957-58.
Espressioni tristi e quasi nessun sorriso sui loro volti. Qualche problema di comunicazione a livello di spogliatoio. Boniperti, il capitano, non poteva soffrire Omar come il giorno la notte. La Juventus vinse egualmente lo scudetto, ma non per meriti particolari di quello che in seguito sarebbe diventato il Profeta bianconero. In panchina, coadiuvato da Tebaldo Depetrini, c’era lo slavo Brocic un tecnico anche lui molto pragmatico e votato al difensivismo. Non parlava italiano e manco spagnolo. Con Sivori non c’era dialogo. In campo il “cabezon” sembrava come legato. “Uno spreco incredibile” pensava il presidente Umberto Agnelli, babbo di Andrea. A fine stagione prese Omar e lo portò con sé a Villar Perosa. Il chiarimento portò, l’anno seguente, al congedo di Brocic. Dall’Argentina, per affiancare Parola come allenatore, arrivò Cesarini. Un secono padre per Sivori che ritrovò il sorriso. E la Juve grazie alla magie dell’indio vinse altri tre scudetti di fila tutti firmati da Omar. Ora, più di cinquant’anni dopo, la storia potrebbe ripetersi e non è così improbabile che una domenica Paulo Dybala si presenti in campo con i calzettoni alla “cacaiola” e un bel sorriso scolpito sul volto.

Marco Bernardini