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Roberto Bettega - 70 anni oggi, simbolo della juventinità - ha vissuto tre vite. Nella prima è stato un campione acclamato ovunque, nella seconda un dirigente vincente ma con qualche ombra intorno (ma lui uscì pulito dalla bufera di Calciopoli) e nella terza si è eclissato, preferendo un sabaudo silenzio al clamore di chi gravita intorno al mondo del calcio.

Nella sua prima vita Bettega è stato uno dei più forti giocatori della sua generazione, quella generosa di bomber degli anni ’70 (Pulici, Graziani, Paolo Rossi, Boninsegna, Altobelli, Pruzzo solo per citarne alcuni), sicuramente il più moderno, capace di coniugare l’incisività in area avversaria con un lavoro di squadra che in quegli anni non era richiesto agli attaccanti. Con la maglia della Juventus dal 1970 al 1983 (129 gol complessivi) ha vinto tanto, in azzurro ha giocato da protagonista il Mondiale del ’78 e ha perso quello dell'82 solo per un infortunio avvenuto nel novembre dell'81 (legamenti del ginocchio, scontro con il portiere dell’Anderlecht Munaron). La specialità di Bobby-Gol era il colpo di testa: aveva tempi di stacco pressoché perfetti e una torsione del collo che lo favoriva nelle girate sul secondo palo. Cross di Causio, colpo di testa di Bettega: la Juve di quell'epoca. Penna Bianca (per la precoce capigliatura argentata) sapeva anche parlare e relazionarsi (seppure con distacco) con la stampa dell’epoca, cosa non esattamente comune tra i suoi colleghi.
Nella sua seconda vita il figlio di un’operaio veneto salito a Torino per lavorare alla Fiat è stato dirigente della Juventus, dal 1994 al 2006, quando Calciopoli ha interrotto un percorso che sembrava eterno e che ha avuto un'altra breve tranche nel 2009/2010. Non era amato da calciatore (nemmeno da tanti suoi compagni), lo è stato ancora meno - ovviamente - da dirigente. Bettega ha sempre coltivato l’antipatia come cifra esistenziale. Era il terzo della famosa Triade, dopo Luciano Moggi e Antonio Giraudo, sempre un passo indietro, appena un po’ defilato, presente/assente. Di lui si ricordano poche dichiarazioni, molti silenzi. Di certo - pur non essendo mai stato condannato dalla Giustizia Ordinaria né da quella Sportiva - non ha mai rinnegato almeno ufficialmente metodi e comportamenti dei due sodali, che però - tra di loro - ne parlavano come di un burattino aziendale. Due anni fa l'ex direttore generale era stato assolto dall’accusa - per lui come per Moggi e Giraudo - di aver «dopato» i bilanci della società bianconera tramite plusvalenze realizzate con la compravendita di calciatori. Nel ricordare un'uscita infelice di Bettega dopo la finale di Champions persa contro il Borussia Dortmund, disse Bettega che gli avversari avevano vinto perché «la federazione tedesca era più potente di quella italiana», vien da dire che in questa frase c'è tutto il modo di pensare di un uomo abituato al potere.

Nella sua terza vita Bettega - semplicemente - è scivolato nell’ombra. Lontano da tutto, lui che per anni aveva svolto - con linguaggio forbito e buona presenza scenica - il ruolo di opinionista, ovviamente sempre pronto a difendere le ragioni della sua fede, quella juventina.