51
Cinquecento milioni di africani lo elessero ufficialmente come il simbolo della negritudine. Quella che gli spagnoli avevano incatenato e ammassato nelle stive delle loro navi per trasferire quel carico umano in unì isola caraibica battezzata Santiago. Oggi quel pezzetto di terra emergente dall’Oceano è la Giamaica. Il Paese dell’allegria, della dignità razziale, della musica e dei più grande velocisti al mondo come Usain Bolt. Ma soprattutto è la Patria del genio che inventò ed esportò in tutto il mondo il “reggae”, una forma musicale inconfondibile dove felicità e malinconia si fondono a formare un canone unico. Il suo nome è Bob Marley, il quale quaranta anni fa lasciava questo mondo strappato dal cancro che, partito dall’alluce del piede destro, in due gli aveva devastato il corpo. Il mondo intero, quel giorno, pianse intonando “No women, no cry”. Ruud Gullit inviò al funerale la maglia che venne deposta nel feretro insieme con una chitarra, una piantina di marjuana e un pallone. Gli strumenti che Bob aveva usato per gridare a tutto il suo amore per la libertà e per i diritti civili.
Il calcio per Marley fu davvero una componente essenziale della sua esistenza. Appassionato ma anche buon praticante al punto che, quando si trasferì a vivere a Londra, veniva ospitato dai giocatori del Chelsea per giocare partitelle assortite. Non sfigurava affatto, anzi. E fi calciando il pallone che, un giorno, sentì un dolore intenso all’alluce. Non ci fece troppo caso fino a quando si staccò l’unghia.  Le visite successive non lasciarono dubbi. Si trattava di un melanoma maligno assai raro e contro il quale la medicina di allora non sapeva bene cosa fare. L’unica soluzione prevedeva l’amputazione della parte già compromessa dal cancro. Bob rifiutò l’intervento che lo avrebbe privato della possibilità di continuare a coltivare il suo sogno di essere Garrincha. Fino a quando ebbe voce cantò. Oggi il suo “reggae” aleggia ancora nell’aria, tra le nuvole in cielo. Non solo quelle sopra la Giamaica.