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Andrea Pirlo contro la superficialità del calcio italiano.

Niente di nuovo. Quando era il leader dell’Under 21 (di cui resta primatista di presenze, 37) giocava alla grande ma faticava a trovare spazio nell’Inter che lo cedeva a turno a Reggina o Brescia prima di lasciarlo andare alla concorrenza rossonera. Da giovane promettente a campione affermato, non sempre a Pirlo è riuscita l’impresa di mettere tutti d’accordo, almeno entro i confini nazionali.

Praticamente ogni anno, ogni volta che una stagione finisce e ne inizia una nuova, il maestro che da poco è approdato al New York City (figuriamoci, per molti osservatori quella resta la terra dei Cosmos e degli elefanti a caccia degli ultimi contratti dorati, non di un calcio destinato a diventare grande), deve fare i conti con chi i conti li fa al posto suo, con tutti quelli che gli ricordano che un’altra primavera è trascorsa e che la sua classe è sempre più minacciata dal logorio dell’età che avanza. Ma Pirlo is not impressed e va avanti per la sua strada.

Certo, quello del tempo è un dato oggettivo, inequivocabile, ma perché ostinarsi a dare per finito un campione che da almeno cinque stagioni a questa parte si diverte a smentire clamorosamente tutte le cassandre?

Torniamo, per cominciare, al 2011. Fine stagione. Pirlo chiude la sua decennale e ricca parentesi al Milan con una poco esaltante uscita di scena. Qualcuno (Allegri) lo ritiene non più indispensabile alla causa tattica, anche e soprattutto per un problema di età. Lui resta senza contratto, abbozza, ringrazia e coglie al volo l’opportunità che gli offre la Juventus.

L’alba di una rivincita totale. Non saranno però rose e fiori dal primo minuto neanche qui. Si dice che Conte sulle prime non fosse esattamente entusiasta di quella novità che era stata imposta dalla società fuori dai suoi programmi. E che i commenti sulla freschezza atletica del giocatore fossero addirittura sprezzanti. Ma Conte, da tecnico intelligente, cambiò idea in fretta. Pirlo finì al centro del progetto senza più uscirne.
Nonostante questo, le critiche sono tornate ricorrenti. Ad ogni avvio delle successive tre stagioni bianconere, Pirlo è stato messo nel mirino della critica, perché gli anni hanno seguito il corso naturale e sono arrivati oggi a quota 36.

Eppure non è che durante la scorsa stagione, quella dei 35 anni, Pirlo abbia dato un qualche cenno di cedimento. Anzi, ha vissuto proprio con Allegri allenatore, l’uomo dell’incomprensione milanista, una delle migliori e più continue annate di sempre. Perché le sue punizioni perfette e imprendibili, le conclusioni in rete da fuori area, gli assist sempre geniali e il lavoro di organizzazione del gioco sono tutte componenti di un repertorio che ha sempre fatto passare in secondo piano i guai dell’età che avanza.

Ora è bastata una faticosa esibizione in maglia azzurra (ma in questa Nazionale povera di campioni, che conquista vittorie consapevolmente sofferte, la classe di Pirlo è merce rara) per riaprire il dibattito. D’accordo che 36 anni non sono pochi per un giocatore al top, d’accordo che negli Usa i tifosi rivali si appigliano proprio al suo status da “pensionabile” per sminuirne l’importanza e il successo, d’accordo che sarebbe bello se un Verratti potesse raccoglierne pienamente e immediatamente l’eredità, ma la realtà è un’altra: le giocate di Pirlo restano inimitabili (alla Juve se ne sono accorti subito). Almeno fino a quando non sarà lui a decidere – come ha suggerito Marotta – quando scendere dalla giostra.

Nel frattempo, finché conserverà l’entusiasmo (Conte dixit), è più che probabile che qualche nuova giocata di Pirlo spazzerà via le solite superficiali e precipitose critiche con il marchio “made in Italy”.

Luca Borioni