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  • Bucciantini: il calcio e la regola del gioco

    Bucciantini: il calcio e la regola del gioco

    Sui giornali il calcio s’affaccia con argomenti larghi, confinando con la cronaca giudiziaria (calciopoli) e con il costume societario (i naturalizzati). Sono due “racconti” del Paese, della sua tenuta emotiva e legale. Chi scrive pensa che la prescrizione sia un istituto sacrosanto, che però mitiga una nefandezza giudiziaria: l’impossibilità di avere sentenze in tempi ragionevoli. Un processo “aperto” per 9 anni è di per sé ingiusto: per i presunti colpevoli, per le sicure vittime, che invecchiano con l’angoscia di veder riconosciuti i torti subiti. È semmai incredibile e patologico che si riesca a fare andare in prescrizione perfino i processi dove si era scelto il rito abbreviato: c’è un cortocircuito linguistico e di senso. 

    Ma è ancora più insopportabile il difetto etico di questo Paese. Non esiste un sentimento di verità che lo pervade, né un bisogno di scrivere parole indelebili e condivise sui fatti più controversi. Questa necessità si muove appena dal “basso” come vaga istanza di lotta (flebile, e spudoratamente condizionata dalle tifoserie), e si disperde, si confonde e in fondo si umilia salendo in su, fino alle istituzioni, depositarie di una colpa evidente, insindacabile: quella che trascina i dibattimenti fino alla suddetta prescrizione. 

    In questa vicenda in cui tutto è grossomodo chiaro, in cui si è capito cosa è successo, in cui l’unico protagonista a rifiutare la prescrizione (si può, si può) è stato condannato, un tempo dove strutture parallele governavano il calcio italiano, la verità storica resterà indistinta fra due fuochi lontani, la rapida e dozzinale giustizia sportiva, che due mesi dopo le rivelazioni pretese colpe, colpevoli e sanzioni, e la giustizia ordinaria, che dopo 9 anni si arrende a se stessa. È alquanto faticoso ascoltare il canto dei prosciolti, e invero si distingue Moggi, il revanscista d’accatto, gli altri almeno più decorosi e zitti. Il protagonismo di Moggi ci permette di vedere un altro aspetto: è mancata in questa vicenda (tutta intera) la "riprovazione sociale". Quel senso di vergogna che accompagna (dovrebbe) i reati e colpisce (a prescindere) chi combina e altera uno spaccato di grande e condivisa socialità qual è senza dubbio il calcio, in Italia, in quasi tutto il mondo. Quel senso di rifiuto di una comunità che è più importante delle sentenze stesse per chiarire la tenuta di uno Stato. Che circoscrive e difende i diritti perché anzitutto marca la differenza fra i comportamenti etici e quelli disonesti. Questa frontiera in Italia non esiste, è terra smossa, è terra di tutti e di nessuno: Moggi ha continuato a fare l'opinionista, perfino il moralista. I presidenti coinvolti hanno continuato a pontificare, davanti a folle osannanti. Anche questa è una debolezza di questo Paese. 

    Ed è debole un Paese che non riesce a credere e proporre leggi certe, e le intruppa nelle considerazioni, nelle opinioni, nelle eccezioni. Eppure le democrazie nascono sui processi: la raccontano le storie di duemila e cinquecento anni fa. L’istituzione del processo come garanzia di limpida ricerca di una verità, di una pietra per edificare una società che può radunare il convivere insieme. Si può valutare il grado e lo stato di salute di una democrazia dalla formulazione dei processi e dall’esattezza delle pene, dalla cosiddetta certezza del diritto. Se tutto è confuso, se le distanze fra giusto e sbagliato sono indistinguibili, sovrapposte, cancellate dalla prescrizione, i cardini di una società ognuno se li pianta dove vuole, dove gli conviene. E perfino i discorsi a rimorchio si alimentano di un brodo inquinato.

    La regola del gioco è argilla nelle mani di tutti, il dibattito aperto, su tutto, anche sugli oriundi (questo l’altro tema dell’attualità giornalistica). Nessuno discute il diritto di opporsi a questa pratica, anche con argomenti protezionistici come fa Mancini: le opinioni sono libere, e devono circolare  come l’aria, se non sono denigratorie od offensive. In questo caso c’è però un diritto superiore, che è quello di cittadinanza, che va rivendicato con maggiore forza ed è il robustissimo approdo di decenni di discussioni in materia. Questo va chiarito, difeso: invece si preferisce ridurre alla schermaglia sportiva, all’opportunismo, all’antipatia/simpatia di Conte (questo lo fa lui, lievemente ossessionato dalla sua immagine). C’è la cittadinanza – che è il più bel diritto/dovere del quale siamo tutti intestati – e questa è tutto, è la resistenza, è il confine inviolabile. Se si è legalmente cittadini di questo Stato, si può rappresentarlo in Nazionale. Punto. Semmai bisogna tracciare una linea di serietà (e difenderla come sentinelle zelanti) sulla distribuzione della cittadinanza: nello sport è stato fatto con opportunismo e faciloneria, e anche violando le leggi (lo scandalo dei passaporti falsi). È dunque specioso e ingannevole il mondo del calcio quando “apre” la discussione sul diritto di cittadinanza: bello sarebbe ascoltare sdegno quando si scopre di aver giocato o allenato un calciatore tesserato illegalmente. 

    Ma accettiamo la provocazione e raccogliamo una parte del discorso di Mancini, sottovalutata ma di grande portata politica: gioca in Nazionale chi è nato in Italia. Sembra ovvio eppure non è così e non per vantaggio degli oriundi: curiosamente, molti ragazzi che giocano a calcio – nati in Italia – fino a 18 anni non possono giocare nelle selezioni giovanili. Allora assumiamo questo discorso, e allarghiamo il diritto di cittadinanza a chi davvero è nato in Italia, anche da genitori immigrati. È una legge spesso sbandierata per motivi elettorali, il cosiddetto “ius soli” (in latino «diritto del suolo»): è la cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. 

    Proprio ieri – mentre infervorare la polemica sugli oriundi - il disegno di legge sulla cittadinanza sportiva ai minori stranieri ha cominciato il suo iter parlamentare. Per una volta la materia sportiva fa da apripista a una riorganizzazione più ampia del diritto di cittadinanza. 

    Questi sono temi che meritano di essere dibattuti. Più complicati della sterile ma redditizia polemica sulle convocazioni di Conte. E una volta affrontati, è possibile anche smerigliare le frasi di quella demagogia un po’ ignorante e un po’ furba: non bisogna confondere la difesa e la crescita dei settori giovanili con le convocazioni di 5-6 oriundi ogni vent’anni. I settori giovanili si premiano e si rilanciano con provvedimenti seri, profondi, senza che vadano in collisione con leggi dello Stato. Dalla riduzione delle “rose” all’obbligo di un contingente di provenienza dal vivaio. Oppure vincolando l’attività e le partite delle giovanili su campi decenti, d’erba, dove il pallone scorre limpido e si può praticare calcio veloce e tecnico: vedere in tv le partite delle squadre Primavera lascia un senso di tristezza. 

    E beninteso: favorire i settori giovanili non per forza significa aiutare i calciatori italiani o la futura Nazionale: ci sono molti stranieri in quelle squadre, si è divaricato l’interesse fra “l’italianità” e i vivai. Non c’è diretto vantaggio dell’uno nel favorire l’altro: ma a chi interessa più la sostanza delle cose, a chi interessa più conoscere e capire le regole, magari cambiarle, aggiornarle, quando la prescrizione impedisce la sanzioni di una loro violazione? 

    Marco Bucciantini
     


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