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Dopo la prima giornata illusoria, la Champions è tornata - puntuale - a rinfacciare la distanza fra la Serie A e gli altri campionati di vertice. Juventus e Roma, le nostre due squadre più forti, dovranno lottare fino all’ultimo secondo dell’ultima partita per guadagnarsi un posto agli ottavi: niente di male, sono attrezzate per farlo, e hanno ottime possibilità di farcela. Una storia più semplice e facile era un inganno che subiva chi lo pretendeva. Sono ovviamente due sconfitte diverse: diversi gli avversari, diverse le prospettive. La suggestione che le avvicina non fa statistica, ma è curiosa: Roma e Juventus hanno subito su un terreno che nelle loro partite "italiane" le vede dominare.

La Roma è capace di difendersi, anzi, è la miglior squadra nel contenere gli avversari, e procurarsi così gli spazi. Poi sa fare anche il resto: palleggiare, prendere campo, giocare anche pezzi di partita - non troppo ampi - in vero e proprio forcing. Ma è forte anche quando si tratta di subire, fino a "simulare" di subire: gli altri pensano di possedere il campo, ma è invece la Roma che ha in mano l’incontro, come successe, per esempio, lo scorso anno nei viaggi a San Siro: con De Rossi e i centrali difensivi sa comporre una linea bassa (non troppo, e comunque abbastanza distante dall’area) e lì tiene e anticipa gli attaccanti. Con Nainggolan e Pjanic - ma anche con i difensori - sa ripartire in fretta con un primo passaggio pulito, semplice, veloce. Il Bayern Monaco andava incontro a quella linea ma la differenza rispetto alle partite domenicali è che lo faceva con qualità e tecnica sconosciute ai giallorossi. Guardiola può schierare quattro attaccanti puri (Muller, Lewandoski, Gotze, Robben) perché tutta la squadra sa accorciare in avanti, e per la duttilità di molti giocatori, capaci di coprire molte zone del campo. Ma quei quattro attaccanti permettono una varietà completa di soluzioni: possono segnare attaccando palla al piede, con inserimenti, palla a terra, palla alta, di fino e di forza. Da destra, dal centro e da sinistra. Dal limite dell’area o raccogliendo azioni che mirano il fondo del campo. Al di là della irripetibile classe dei giocatori del Bayern, il problema per la Roma è stata la desuetudine a difendere una variabile così estesa di soluzioni: la Serie A non offre campioni con cui misurarsi, e - questo è il punto - non propone nemmeno squadre arrembanti, magari deboli, magari fragili, ma capaci di stressare le difese. Troppi allenatori semplificano il gioco d’attacco. Questo è solo un aspetto della batosta, forse perfino marginale. Il resto è più ovvio, anche se imprevisto: il tracollo emotivo, la difficoltà squisitamente tecnica nei duelli sugli esterni, l’errore di Garcia che tiene Totti e Pjanic in pressing sull’avvio del mostruoso giro-palla del Bayern, sfinendo i due giocatori più tecnici in un compito che tra l’altro non sanno onorare. Molto più semplice e razionale l’assetto della ripresa, con Gervinho centrale, ad allungare un po’ i tedeschi e turbare i difensori, troppo liberi di accorciare la squadra e dominare così il campo, nel primo tempo. Ma è una contromisura che non può essere apprezzata appieno, perché la ripresa del Bayern è amichevole. Poi la differenza fra i due portieri, che non cambia certamente il destino del match, ma è sostanziosa nel punteggio: De Sanctis ne fa passare 3 che sono parabili, Neuer ne toglie un paio che sembrano già dentro: dettagli che non potevano evitare la sconfitta ma aggraziato un risutlato ch invece farà storia (al contrario). La Roma spareggerà con il City, questo l’andazzo: come già abbiamo scritto in tempo di lode ai giallorossi, era meglio eliminarli a Manchester, quando l’inerzia era favorevole. Si disse che la Roma giocò da grande squadra: vero, ma solo in parte. Le grandi squadre vincono. E quella partita, l’ultima del girone, all’Olimpico, scriverà l’aggettivo su questa Roma: per ora forte, in attesa di diventare grande eliminando i campioni d’Inghilterra, che giocano in Europa con uno strano complesso d’inferiorità. Il City ha un valore enorme, le altre squadre di quel tenore viaggiano in goleade imbarazzanti (altro segnale di questo turno di Coppe: quante squadre hanno segnato cinque o più reti!). Al City manca però lignaggio, e la Roma deve sfruttare questo vantaggio emotivo.

Dicevamo che Roma e Juventus hanno perduto partite che tatticamente non erano così ostili (nel caso della Roma, lo è diventata solo per eccesso di squilibrio tecnico e mentale). Il caso dei bianconeri è più grave, se letto in profondità, e più rimediabile, nel breve: il girone è più morbido, le prossime due partite sono favorevoli e con due vittorie il traguardo è vicino. Ma c’è qualcosa che non va, qualcosa ormai evidente, un limite non rimediato. Ieri i greci hanno cercato l’unica battaglia che sanno combattere, quella dell’agonismo, del ritmo. Ma quello è territorio inviolabile della Juventus nel suo dominio in Serie A: guai a duellare con la Juventus sul piano fisico, agonistico. Guai a sfidarla a tutto campo: la Juventus sa tenere la velocità avversaria, per poi superarla alla distanza, fino al dominio, perché quel tipo di partita sa giocarla per molti più minuti. Eppure ieri non è riuscita a impattare un primo tempo dignitoso e volenteroso dell’Olympiacos, che ha meritato il vantaggio, così come poi la Juventus avrebbe meritato il pareggio, ma questo è un altro discorso. La Juventus ha subito il dinamismo e l’energia del match, cioè quell’affronto che le è sconosciuto in Serie A, anche per timidezza, per sudditanza degli avversari. In Europa c’è meno rispetto, meno calcolo. C’è stato un problema tattico: l’idea di governare il ritmo con Pirlo e anestetizzare i rivali non è riuscita perché il regista non è in condizione. Quando sta bene, non sbaglia quei passaggi che hanno animato il contropiede greco. Perso il comando del tempo di gioco, la Juventus si è ridimensionata e qui è ormai palese che alcuni giocatori hanno un valore che al di là delle frontiere italiane diminuisce: problema di mentalità, di qualità intrinseca, di entrambe le cose. Ma un dato vale come condanna: nelle ultime tre trasferte di Champions la Juventus non ha mai segnato. E non può essere solo per bravura del portiere avversario. Le sconfitte per 1-0, ripetute, sono le più distanti dal concetto di grande squadra. Allegri controlla le statistiche del match e trova elementi promettenti: è lo stesso inganno che fregava Conte, lo scorso anno. I numeri raccontano un dominio che non è stato tale o che comunque non è servito alla classifica. Ripetere le stesse partite è virtuoso solo se la conclusione è positiva. Per ragionare dei singoli, si conferma maggiore la possibilità balistica e tecnica di Morata rispetto a Llorente, ma va valutata la conformità tattica con Tevez e con gli esterni: due argomenti che fanno la polpa della pericolosità della Juventus. La nostra preferenza è per Morata, che sembra possedere un istinto calcistico notevole, e sa fare tante cose e in velocità. Ma vuole la palla davanti, a correre: così in porta ci arriva prima lui di Tevez, e bisogna valutare il guadagno collettivo. Però sembra così promettente da poterci lavorare. Altri: Vidal è fondamentale, è la variabile che scompagina le difese, è il "tono" agonistico del gruppo. È anche - nel caso si scelga Llorente - il suo miglior alleato, andando a intensificare e addensare l’area lì al centro, e portare così palloni e pericoli in una zona di campo dove lo spagnolo può poi risultare di rendita. Infine: Giovinco merita un chiarimento. Davvero. Gioca più minuti in Nazionale che nel club. L’impressione è che si voglia coinvolgerlo ma senza crederci troppo. Allora restano pezzetti disperati di partita, due palloni da toccare, da trasformare in oro, cosa che può anche riuscire a fare ma che viene più naturale senza la pressione della necessità esiziale. Nonostante la superba classe e importanza di Tevez, è giusto avere il coraggio di un turnover, anche minimo, che anzitutto preservi l’argentino. Il fatto di avere Giovinco in organico deve facilitare questa scelta: se non avviene, è solo un tarlo d’insicurezza che divora le qualità della riserva. A quel punto, meglio salutarsi, ma sarebbe una sconfitta: la Juventus ha bisogno di allargare il protagonismo a più attaccanti, questo il suo limite, finora, anche in Campionato. Questo il fatto da ricordare: tre trasferte in Champions, circa 300 minuti, 0 gol. La chiusura è sull’inganno di Allegri, che vede due tempi così alterni (anzi, più netto il dominio Juve nella ripresa rispetto a quello greco in avvio) e così trova recriminazioni e speranze. Furono le parole anche di Montella, dopo il recente Fiorentina-Lazio, tanto per citarne un altro. Ecco, non si ragiona così, se non a mezzo stampa, per raccontarla come si crede. Il calcio non è la pallavolo, o il tennis, o in generale uno di quegli sport dove bisogna arrivare a un punteggio. E chi gioca meglio gli ultimi minuti logicamente e per forza vince, chi fa l’ultimo punto non lascia appello agli altri. Puoi anche subire all’inizio, ma conta sempre e solo l’ultimo punto, e arrivare in partita a quel momento. Nel calcio puoi dominare il finale, e segnare, e perdere 4-1. È più importante come si cominciano, le partite. Perché l’inizio testimonia una migliore preparazione tattica, mentale. E tutte le statistiche raccontano che le possibilità di vittoria per chi va in vantaggio sono enormemente maggiori, nettamente superiori rispetto ad altri sport collettivi e individuali. Il vantaggio (non per forza di punteggio, ma anche solo tattico, emotivo) prepara meglio le squadre, le anima, le tiene dentro le partite, le sostiene quando cambia il vento. La disperata difesa greca nella ripresa era esaltata dalla possibilità di difendere una vittoria storica.

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