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Siamo arrivati alla fine di un ciclo ed è giusto che uno tolga il disturbo”. A parte il fatto che queste parole poteva pronunciarle, per gratitudine, a una delle tante televisioni italiane, invece di sfogarsi con l’emittente araba belIN Sports, Gigi Buffon ha deciso di richiudere con la Juventus e forse di chiudere con il calcio. La storia, infatti, si ripete perché già tre anni fa il portierone aveva dato l’addio alla squadra bianconera dove era arrivato all’inizio del secolo. Nel 2018 partì per Parigi, per indossare la maglia del Paris Saint-Germain dove però è rimasto soltanto una stagione, perché poi è tornato alla Juventus, accettando il ruolo di riserva di Szczesny.

Evidentemente, però, non si è mai sentito riserva nemmeno adesso che a 43 anni sperava di giocare di più, dopo l’arrivo in panchina del suo ex compagno e amico Pirlo. E guarda caso lo ha dimostrato ieri sera, parando un rigore contro il Sassuolo, meritandosi il voto da migliore in campo in quella che potrebbe essere stata la sua ultima partita con la maglia della Juventus. Al di là del fatto che questa speranza era un’indiretta mancanza di rispetto nei confronti del titolare Szczesny, per rendere l’idea dell’imbarazzo di Pirlo ricordiamo quanto ci disse Valdano quando diventò l’allenatore del Real Madrid e ci confessò che la sua difficoltà più grossa fu quella di mandare in panchina il suo amico ed ex compagno di camera Butragueno, perché stava emergendo Raul. Chi gioca, però, specie se è stato un protagonista, fatica ad accettare il declassamento e per questo Buffon spera ancora di essere titolare in un altro campionato, non in Serie A però, per non trovarsi nel ruolo di avversario della sua Juventus.
Scartata l’ipotesi dell’Atalanta, Buffon ora è davanti a un bivio che ha già messo in crisi tanti altri campioni prima di lui. Non a caso il grande Zico che ha dato due addii al calcio, prima in Brasile e poi in Giappone, ripete che soltanto i calciatori muoiono due volte, quando lasciano il campo e poi la terra, per far capire quanto è doloroso il distacco. Buffon, che ha il record di presenze con la nazionale italiana (176) e ha vinto il Mondiale nel 2006, ha già battuto un altro record perché nessuno è arrivato fino a 43 anni e oltre, se non smetterà nemmeno stavolta. Il suo, però, è un record triste, come fa capire lui con la frase: “è giusto togliere il disturbo”, perché non viole rassegnarsi alla dura, ma comunissima, legge del tempo, senza rendersi conto di essere stato fortunato ad arrivare fin qui.

Un altro grande del passato, Van Basten, costretto a ritirarsi a 31 anni per i dolori alla caviglia, disse che nella vita c’è un tempo per tutto e voltò pagina. Anche Ibrahimovic, altro grande milanista, come Van Basten sbocciato nell’Ajax, sta facendo i conti con i sempre più frequenti infortuni, anche se ha già strappato un contratto di 7 milioni per la prossima stagione in cui compirà 40 anni. Nemmeno Ibra vuole smettere, come non voleva smettere Totti che non accettava il turnover di Spalletti, con il vantaggio di avere tutta una città dalla sua parte. La verità è che la nostalgia da una parte e l’egoismo dall’altra sono genitori alleati che partoriscono prolungati e scomodi addii. E così non ci stancheremo mai di elogiare Platini, l’unico che ha avuto la forza e il carattere per lasciare il calcio a 32 anni, anche se il fisico era ancora integro e la Juventus non lo avrebbe mai retrocesso a riserva. Questione di classe, la stessa che gli aveva consentito di vincere non uno ma tre Palloni d’oro consecutivi, dopo essere stato campione d’Europa con la Francia e con la Juventus. La classica eccezione che conferma la regola, appunto. E quindi tanti auguri a Buffon. Anche se nemmeno un campione del mondo come lui potrà continuare a parare all’infinito il tempo che avanza. Con qualsiasi maglia e in qualsiasi campionato.