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Non c’è pace in Lombardia. Da un lato l’imbarazzato retromarcia notturno del Governatore Fontana sul via libera alle attività produttive, dall’altro la bomba lanciata del Sindaco Sala che, in un’intervista a Repubblica, accusa la Regione di tirare avanti alla giornata. Nel mezzo i milanesi, i lombardi e infine anche le quattro squadre di serie A della regione più colpita dal Covid-d che potrebbero vedersi costrette a fuggire.
Ma andiamo con ordine, la Regione Lombardia (contraria fra l’altro alla riapertura di librerie e negozi e per bambini post pasquale) ha chiesto ieri al governo Conte di dare il via libera alle attività produttive  a partire dal 4 maggio. La retromarcia in serata, con il presidente della giunta, il leghista Attilio Fontana che ha dichiarato di essere stato "mal interpretato: non ci permettiamo di parlare di attività produttive, che sono competenza del governo centrale, sottratte a ogni nostra possibile valutazione. Noi parliamo di graduale ripresa delle attività ordinarie che sarà concordata con il governo".
Un caos dunque senza precedenti nella regione pilota d’Italia. Una regione che rischia di frenare la ripartenza dell’intero paese e alla quale il Sindaco Sala ha dato la stoccata definitiva stamani sulle pagine di Repubblica: “La Regione passa dal terrore sul numero dei contagi di due giorni fa al liberi tutti. Un po' più di equilibrio non guasterebbe. Quello del 4D è uno slogan senza contenuto. Nella D di dispositivi varranno anche i foulard o le sciarpe, come da loro precedente ordinanza?" ha dichiarato furente Giuseppe Sala a Pietro Colaprico di Repubblica, per poi proseguire: “Dobbiamo fare i test d'immunità già largamente praticati in Veneto. In Lombardia siamo indietrissimo. Ci penserò io in collaborazione con l’Ospedale Sacco: li faremo a 4mila autisti del personale Atm. E ancora: non è stato fatto un campione rappresentativo della popolazione per definire il trend del contagio. Si passa da 3.000 a 8.000 tamponi al giorno. Cioè, una confusione tremenda. La Regione Lombardia mi sembra che stia tirando avanti alla giornata. La gestione sanitaria in Veneto e Emilia-Romagna è stata senz’altro migliore.”
Non stupisce che in questo clima il presidente federale Gravina consigli di disputare alla riapertura del campionato di seria A, le partite al di fuori della Lombardia. Se le cose non dovessero migliorare Milano, Bergamo e Brescia, le città del campionato più colpite, dovranno tenere chiusi i propri stadi e emigrare altrove. Un ulteriore smacco per la Regione. Anche i club si ribellano all’ipotesi: se la serie A dovesse riaprire ben protetta all’interno di una “bolla”, con disposizioni rigide a tutela assoluta della salute, dicono i club, la protezione sarebbe garantita indipendentemente dallo stadio in cui si svolgerebbe la partita. In altre parole abbandonare San Siro, il Gewiss o il Mompiano per un altro stadio non aumenterebbe il livello di sicurezza.
Deciderà comunque il governo e la Lega dovrà necessariamente adeguarsi. 
In tutta questa incertezza sotto il cielo di Lombardia, l’unico tranquillo pare il Brescia di Cellino: il campionato può chiudersi qui. Punto e basta. Ma più che per una questione di sicurezza questa volontà è dettata da semplice opportunismo.