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Da giocatore Igor Tudor è stato una bella contraddizione vivente. Fisico da stopper, piedi da mezzala talentuosa. Se anche da allenatore sarà capace di mettere in gioco la sua «anomalia», allora scopriremo un altro quarantenne di valore.

Ha studiato da Lippi, ha imparato da Ancelotti, ha cominciato la carriera sotto l’ala di Reja. Maestri veri per Igor Tudor, quarant’anni, croato di Spalato, nuovo tecnico dell’Udinese chiamato dai Pozzo per una missione possibile (la classifica consente di centrare la salvezza), ma scivolosissima: considerate le undici sconfitte consecutive della gestione Oddo, il precipizio è ad un passo. Appena arrivato all’Udinese ha detto: «Ho visto i ragazzi messi davvero molto male...». Subito in salita, dunque. In quattro partite Tudor può staccare il bonus per il nostro campionato, ha un contratto di quattro partite e un anno, più opzione per la stagione 2019-2020. Si gioca molto, dipende da lui. Ha allenato l’Hajduk di Spalato (vincendo la coppa di Croazia), in Grecia il Paok (esonerato dopo otto mesi) e in Turchia, il neopromosso Karabukspor e il Galatasary (esonerato quando era 2° in classifica). Piazze non semplici: Spalato, Salonicco, Istanbul. Per gestirle, ci vuole carattere e personalità, qualità che a Tudor non mancano. Il suo vice è Mark Iuliano: nel curriculum dell’ex compagno figurano - da allenatore - Latina in B e Partizani Tirana (Albania). Iuliano gli farà da Caronte, lo aiuterà a trovare in tempi brevissimi la spinta giusta per ridare un po’ di luce all’Udinese.

Numeri per inquadrarlo: 134 panchine da «primo», 62 vittorie, 31 pareggi, 41 sconfitte. Modulo preferito: 4-2-3-1. In alternativa il 3-5-2. Ma chi è stato il Tudor giocatore? Un gigante di cristallo. Un jolly difensivo di caratura europea. Non un fuoriclasse, ma un elemento affidabilissimo la cui carriera - purtroppo per lui - è stata minata da troppi infortuni. Tudor - abbiamo detto - giocava da centrale difensivo, ma se la cavava anche da «pilone» a centrocampo, davanti alla difesa. Aiutato da un fisico imponente, duro, spigoloso, sapeva farsi rispettare, eccome. Ma i piedi non erano niente male, proprio per niente. Palla al piede, alzava la testa e sapeva dettare il passaggio. Parola chiave della sua carriera: duttilità. Sapeva anche offrirsi, in caso di necessità nei finali di partita, come torre d’attacco. A fregarlo sono stati gli infortuni. Quando sono diventati troppi, ha salutato la compagnia, nel pieno della maturità: 28 anni. Gli anni migliori sono stati quelli alla Juventus. Sei anni e mezzo (1998-2005), due scudetti, due supercoppe. Comincia con la Juve del Lippi-bis, chiude con Capello: e infine va a Siena (con De Canio), ultima tappa italiana. In bianconero ha lasciato ottimi ricordi e reti spesso decisive. Un gol in un’epica sfida contro l’Inter (2-2), un altro da urlo in Champions con il Deportivo La Coruña. Tudor è entrato suo malgrado in un altro piccolo grande momento della storia recente del nostro calcio, quando Totti gli si rivolse - mentre lui si lamentava con l’arbitro - dopo un Roma-Juventus 4-0 e gli fece segno con la mano: "Quattro e a casa...".