Ho conosciuto Marco Fassone quasi vent’anni fa, il giorno in cui ha deciso di abbandonare la carriera di guardalinee (era appena arrivato in serie A, da cinque o sei partite) ed è diventato responsabile marketing del Torino. Nel mondo arbitrale alcuni suoi colleghi lo definivano “un bravo ragazzo” e in effetti era quella la prima sensazione che trasmetteva: una persona perbene, seria, precisa; sabauda, diremmo in una parola. Era il Toro di Cimminelli, quello, il presidente era Attilio Romero detto Tilli, un grande tifoso che - atroce beffa del destino - in una serata piovosa del 1967 aveva investito e ucciso Gigi Meroni, la giovane stella della squadra, la farfalla granata, un mito.

 

Fassone al Torino non ha resistito molto, giusto qualche mese. Comprensibile: a Cimminelli non andava bene nessuno, era un tipo strano, irascibile. Così Marco è tornato da dove era venuto, a lavorare nel settore dell’alimentazione, prima alla Ferrero e poi alla Galbani, dalla Nutella ai formaggini.


 

E’ riapparso qualche anno più tardi, due o tre, d’improvviso: l’ho visto nel codazzo che seguiva Giraudo e Moggi, con la giacca della Juve addosso. Sorpreso, io, ma solo all’inizio. A pensarci bene, quel suo percorso aveva un senso: le aziende di Cimminelli lavoravano per la Fiat, lo stesso Romero era il portavoce storico di Gianni Agnelli prima di diventare presidente granata, Fassone era arrivato in quel Toro attraverso una strada già allora bianconera.

 

Nel corso degli anni, ci siamo incrociati tante volte e sempre l’ho trovato in club differenti, spesso nemici tra di loro, e in ruoli via via più importanti. Ha lavorato con il Toro e con la Juve, con l’Inter e con il Milan, in mezzo ci ha messo il Napoli. Ha saputo navigare in ogni mare, o almeno ci ha provato. La curva nerazzurra gli rinfacciò il suo passato bianconero con uno striscione a San Siro, ma Fassone non è un ultrà e nemmeno un tifoso, è un manager e un professionista: va dove lo portano le possibilità di lavorare, i progetti e i soldi che gli danno. Come un calciatore, più di un calciatore. Giusto così, in fondo.

 

Pare che Yonghong Li lo abbia scelto leggendo il suo curriculum. Può darsi: se si pensa alle società con cui ha lavorato, è difficile trovare in Italia un dirigente con un passato più nobile del suo. Lui, Fassone, ha sposato totalmente il Milan cinese, diventandone il vero punto di riferimento, scegliendo gli uomini e le strategie. Ha fatto promesse che non ha mantenuto, ha fornito garanzie che sono evaporate. Colpa di Li? Nella sostanza, sì; nella pratica, Fassone è quanto meno corresponsabile. Se diventi il braccio armato di un progetto, lo difendi, ci guadagni e ti indigni quando qualcuno lo mette in discussione, sei legato indissolubilmente a questo.

 

Il Milan di Yonghong Li è naufragato miseramente, lasciando una macchia indelebile sulla storia fantastica del club rossonero . Chi lo ha condotto fin qui deve andarsene, senza se e senza ma. A cominciare da Fassone. Le dimissioni in questo nostro malandato Paese sono un esercizio quasi sconosciuto, altrove lo avrebbero già dimissionato. Deve essere lui, il bravo ragazzo di vent’anni fa, a dimostrare di essere un uomo con la schiena dritta. In fin dei conti, può anche essere conveniente per la sua immagine: meglio lasciare che essere cacciato, come probabilmente accadrà se non mollerà sua sponte.

Ho sbagliato, ho fallito: me ne vado. Avanti, Fassone, è giunta l’ora.

@steagresti

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