3

D ice: i panni sporchi vanno lavati in casa. D'accordo ma ci sono lavanderie che restano aperte giorno e notte, non possono lamentarsi se poi qualcuno osserva o ascolta al di là delle vetrine o, addirittura, da una porta socchiusa. All'Inter era già accaduto in passato che le notizie dall'interno si trasferissero all'ufficio estero ed esterno, Vieri e Di Biagio in fuga da Appiano Gentile per colpa del riscaldamento, Maicon e Julio Cesar non sempre sobri, Balotelli e Materazzi in lite continua, Benitez preso a pernacchie, ecco alcuni protagonisti dello sciacquo e del risciacquo.
Adesso tocca a Cassano, coinvolto, assieme al suo allenatore Stramaccioni, in una discussione feroce, tramutatasi in alterco o scontro fisico, riportata ieri da la Gazzetta dello Sport, con un tentativo di ridimensionamento dello stesso allenatore abituato all'asilo Mariuccia nerazzurro, il settore giovanile, laddove lui era il rettore riconosciuto, e non all'Università interista laddove il suo incarico rientra alla voce "precario". Che dire, allora, di Cassano? Come prima, più di prima.
È un talento, d'accordo, è un ragazzo generoso, va bene, tiene allegro il gruppo, sarà. Ma poi? E' quello di ieri, dell'altro ieri, di sempre. Si pensava che con il matrimonio, con la nascita del figlio, con l'arrivo finalmente alla squadra del suo cuore, dopo aver fatto il giro delle migliori stazioni turistiche, avrebbe trovato l'equilibrio. Questo dicevano e scrivevano i montessoriani del football, dimenticando una frase di Riccardo Garrone, il presidente della Sampdoria scomparso nelle scorse settimane: «Cassano è un ineducato, non è mai stato educato». Più di uno schiaffo in faccia.
Dunque non c'è da stupirsi, Bari, Roma, Real Madrid, Sampdoria, Milan, Inter, che altro avrebbe voluto chiedere alla propria carriera un ragazzo nato nella parte più bella e più maligna di Bari? Ha avuto tutto, denari, gloria, affetto, è stato anche aiutato dal Signore, non Moratti, non Berlusconi, non Sensi, non Perez o Garrone o Matarrese, il Signore vero, quello che ha preso per i capelli la sua vita in bilico, quella notte alla Malpensa nel momento in cui il cuore di Cassano stava finendo di pulsare e di giocare.
Niente, è tempo andato, trapassato remoto, il sangue gli bolle dentro, lui porta la mano alla bocca per non far intuire le parole ma dovrebbe portarla alla testa, per comprendere che cosa davvero voglia fare da grande, ma da grande sul serio, non in campo ma nelle cose normali, quotidiane, ordinarie.
Non bastano gli assist deliziosi e pagati, pensate un po', secondo patto contrattuale, non bastano i gol e l'esultanza. Su quelli nessuno può contestare. Ma ogni volta ci ricasca, ed è responsabile sempre e più di prima, adesso che va verso i trentuno anni, l'età in cui non si è più ragazzi e si dovrebbe essere uomini, non con le parole e con i comportamenti da bullo. Ieri Cassano è rimasto a casa, domani tornerà ad allenarsi con il resto della squadra in vista della trasferta a Londra. Non illudetevi. Non c'è quaresima, non c'è atto di dolore, non c'è carità, per Antonio Cassano è sempre carnevale, nell'attesa che qualcuno gli porti via la maschera e gli mostri che cosa sia il rispetto. Il problema, semmai, è il posto nel quale si sta divertendo. La lavanderia è sempre aperta, di giorno e di notte. C'è un via vai di gente, clienti, passanti. E il titolare, spesso, è quello che lascia la porta socchiusa.