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Da tempo il calcio non è più dei romantici e tanto meno degli ingenui. Chi pensava davvero che la crisi economica globale generata dalla pandemia potesse condurre ad una gestione più morigerata del grande circo del pallone - e dei suoi interpreti - sarà rimasto ampiamente deluso. Le normative varate dagli organi di controllo diretti dalle principali organizzazioni continuano a valere solo per chi non dispone di grandi patrimoni alle spalle. Se invece ti chiami Barcellona o Paris Saint-Germain, le maglie diventano improvvisamente più larghe e si chiudono entrambi gli occhi. Il colpo Ferran Torres da parte dei blaugrana o la "favola" dei 100 milioni di euro di cessioni necessarie per il club francese ne rappresentano un'ulteriore conferma.

E LE REGOLE? - Come può una società - o forse dovremmo definirla un'azienda - il cui debito ha pericolosamente avvicinato i 500 milioni di euro nell'ultimo bilancio e che ha previsto già di registrare un rosso di 765 milioni nei prossimi mesi, acquistare a gennaio un nuovo giocatore per 55 milioni più bonus? Una società che ha in organico qualcosa come 30 calciatori, di cui 9 solo nel reparto offensivo, e che ad oggi non ha ancora provveduto a piazzare i propri costosi esuberi; una società che a brevissimo rispedirà al mittente un ragazzo di talento come l'austriaco Yusuf Demir, pronto a rientrare al Rapid Vienna semplicemente per non far scattare l'obbligo di riscatto. Una società alla quale la propria lega ha negato soltanto pochi mesi fa la possibilità di rinnovare il contratto del suo calciatore più importante per aver sforato il tetto salariale. Una società che, per poter iscrivere Ferran Torres nella lista per il campionato, dovrà prima fargli spazio con qualche taglio. Tutto questo è serio e in linea coi parametri di un supposto Fair Play Finanziario, che tanto a livello nazionale che internazionale non vale assolutamente nulla?
BASTA IL NOME - Il Barcellona resta il Barcellona, risponderanno gli strenui difensori di un certo modus operandi: il marchio di uno dei club più riconoscibili al mondo non si deprezza mai e favorirà sempre l'ingresso di soggetti o di grandi istituti di credito disposti a garantire generosi prestiti. Non ha certamente bisogno di soldi da altri la ricchissima proprietà del Paris Saint-Germain che, non pago di operazioni fantascientifiche come l'acquisto contemporaneo di Neymar e Mbappé nell'estate 2017 per un totale di 370 milioni di euro o di aver fatto recentemente incetta di superstar a parametro zero ma dagli ingaggi faraonici (Donnarumma, Ramos, Wijnaldum e Messi), si prepara nuovamente ad eludere i "ferrei" controlli della DNCG del calcio francese pur di restare nei ranghi.

CI PENSA LO SCEICCO - L'organo di controllo che vigila sulle finanze delle società professionistiche Oltralpe, spesso inflessibile con le squadre di medio-basso livello (chiedere per informazioni al piccolo villaggio di Luzenac, che ha pagato con la cancellazione della promozione in Ligue 2 i problemi legati alla messa a norma del suo stadio) ma di manica estremamente larga quando il proprietario dispone di risorse illimitate. Non più tardi di qualche giorno fa, l'Equipe svelava la situazione economica del PSG, chiamato ad incassare entro giugno 100 milioni di euro dalle cessioni di alcune delle sue stelle per ricreare un equilibrio che pareggi le tante spese sostenute negli ultimi tempi; un'imposizione che vale quasi per tutti, perché se il tuo patron appartiene alla famiglia reale qatariota i margini di manovra aumentano. Non riesci ad incassare, completamente o parzialmente, la cifra richiesta perché i tuoi esuberi hanno ingaggi fuori portata? Nessun problema, basta che l'azionista di maggioranza immetta nuovi capitali nella società e il problema è risolto. A posto così? Tutto giusto e tutto perfetto? Domande retoriche per chi, come noi, si ritiene romantico e tremendamente ingenuo.