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Fanno riflettere, devono far riflettere le recenti dichiarazioni rese a Il Corriere dello Sport dal designatore degli arbitri per la Serie A Nicola Rizzoli: "Al Var bisogna andare sempre, quando l’episodio è dubbio, oppure tocca all’assistente al video richiamare l’attenzione di chi dirige. Sono le indicazioni, chiarissime, che ho dato ai miei". Chi gode di buona memoria, ricorderà come il loquace ex arbitro bolognese si fosse espresso in termini ben diversi lo scorso 20 gennaio, quando il pretesto per fare chiarezza sull'applicazione del protocollo Var pose l'accento su un episodio specifico, la concessione di un calcio di rigore al Milan contro il Torino. "I contatti in area per cui il Var interviene sono pestoni, sgambetti e calci. Trattenute, spinte e body-check devono restare situazioni in campo. Nella passata stagione siamo stati la lega che ha fischiato più calci di rigore in Europa. Il contatto tra Belotti e Brahim Diaz? Un episodio molto difficile e borderline. Gli arbitri dal campo hanno valutato che Belotti è intervenuto sul pallone, sia arbitro che assistente al microfono hanno ripetuto più volte che Belotti ha preso il pallone. Noi non avremmo voluto nel caso specifico l'intervento del Var, perché il Var va solo a cercare gli indizi perfetti di frame poco prima o poco dopo che testimoniano un contatto tra le ginocchia dei due giocatori. Possiamo essere di un'idea o dell'altra e sono proprio queste le situazioni in cui la tecnologia non deve intervenire". Quindi, per sintetizzare, il Var va usato sempre o no?

GIUDIZI SOGGETTIVI - Perché nel burocratese di Rizzoli non si intravede traccia di una linea guida univoca che i direttori di gara di Serie A potessero e dovessero seguire per l'intera durata della stagione. Si ha come la percezione che le indicazioni continuino a cambiare anche sulla base del clamore suscitato dall'episodio che finisce per diventare oggetto di moviole e discussione infinite nei salotti televisivi o affrontati dalle principali testate, come se ci trovassimo tuttora nel pieno di una fase sperimentale dell'ausilio di uno strumento tecnologico che ha finito per generare più dubbi che certezze. E che, tanto in Italia come all'estero, continua ad essere adottato seguendo logiche sin troppo aderenti all'interpretazione soggettiva del singolo arbitro. Se è vero e sacrosanto che da anni in tanti invocano una comunicazione più libera e trasparente da parte loro per spiegare come si sia arrivati a determinate decisioni sul campo, la linea sposata da Rizzoli ha portato per ora più danni che benefici.
IL CASO MARESCA - Un'eccessiva arbitrarietà nei giudizi che finisce per generare confusione in primis tra i protagonisti che vanno in campo e che non può non riflettersi nelle scelte che, in frazioni di tempo davvero limitate, i giudici di gara sono chiamati a compiere. E che si riflette anche in un aspetto, quello della gestione disciplinare delle partite, che inizia ad essere un problema se delegata esclusivamente alla percezione personale del singolo arbitro, alla sua maggiore o minore suscettibilità nel leggere i momenti di tensione e di scontro coi calciatori. Nascono così gli episodi "alla Maresca", che punisce Ibrahimovic con un rosso diretto senza aver annotato sul suo referto post-Parma una singola parola o espressione insultante e giustificando il provvedimento dell'espulsione diretta con la formula "critica irriguardosa". Così non va, così non può andare se si vuole perseguire con sempre maggiore convinzione la strada della credibilità e della trasparenza. E l'esempio dovrebbe arrivare a partire dal designatore...