Una notte storica per la Juventus, che mai aveva ribaltato uno 0-2 in un turno a eliminazione diretta in una competizione europea, e forse per l'Atletico Madrid e il suo allenatore, il cui calcio dell'anteguerra è stato surclassato dalla modernità di cui erano intrise ieri la prestazione dei bianconeri e le scelte di Allegri. In una competizione come la Champions, vince quasi sempre il calcio di proposta, che non deve essere inteso necessariamente come avere il 70% del possesso della palla: Barcellona e Manchester City sono squadre con una fisionomia precisa, un marchio reso inconfondibile dalle caratteristiche dei giocatori a disposizione di Valverde e Guardiola. Oggi, anche puntare sugli equilibri e sull'organizzazione difensiva senza rinunciare mai a ripartire con l'intenzione di fare sempre male all'avversario può essere considerato un gioco offensivo. Concetti che ieri Simeone non ha lontanamente preso in considerazione, affidandosi a un catenaccio vecchia maniera che non gli rende onore.

INCAPACE DI CAMBIARE - I grandi risultati, forse al di sopra delle aspettative, raccolti dal suo Atletico durante la sua gestione avevano spinto più di qualche osservatore e addetto ai lavori a esaltare un modo di fare calcio che ha pagato perché esaltato dalle qualità fisiche e gladiatorie dei suoi interpreti, dei giocatori che il Cholo aveva voluto al suo fianco per andare in battaglia. La sensazione è che negli anni i colchoneros abbiano cambiato pelle, arricchendo l'organico di giocatori con meno dinamismo ma maggiori doti tecniche; a un cambiamento di questo tipo avrebbe dovuto corrispondere un mutamento di mentalità da parte dell'allenatore, dimostratosi invece incapace di evolversi. In 180 minuti contro la Juventus, Simeone si è dimostrato all'altezza della situazione soltanto nei secondi 45 del Wanda Metropolitano, quando la pressione dei suoi giocatori è davvero aumentata costringendo la Juve a rintanarsi e ad incassare i due gol che sembravano aver indirizzato l'eliminatoria. INTER? NO GRAZIE - Essere andati a Torino con l'unico obiettivo di conservare il 2-0 di Madrid, difendendo a oltranza nella propria metà campo, isolando completamente dalla partita due attaccanti come Griezmann e Morata decisamente meno avvezzi alla lotta su ogni palla (quasi sempre alta) come Diego Costa, è stato uno spettacolo davvero misero che dà forse la dimensione di come un certo tipo di filosofia non risulti più così efficace. Ne sa qualcosa anche José Mourinho, la cui vena pare essersi esaurita proprio per l'incapacità di aggiornarsi dal punto di vista tattico e di offrire un'immagine di sé che non fosse quella del motivatore, del condottiero capace di aggregare a sé un gruppo di calciatori mettendolo contro tutto e tutti. Il raggiungimento della finale di Champions League nello stadio di casa era il vero obiettivo stagionale dell'Atletico Madrid, forse la chiusura di un cerchio e di un ciclo che Cristiano Ronaldo potrebbe aver anticipato. Probabilmente è giunto il momento che lo stesso Simeone si rimetta in discussione altrove, per provare a dimostrare di poter essere qualcos'altro e di essere davvero un allenatore in grado di sedersi alla tavola dei grandissimi. Un consiglio, forse persino un auspicio, come quello che rivolgiamo all'Inter: il Cholo è stato un grande trascinatore da giocatore ma, qualora a fine stagione Zhang decidesse di cambiare Spalletti, guardi altrove. L'Inter merita di più, perché per tornare nell'elite c'è bisogno di qualcuno che pensi in grande e non di un generale fermo a un calcio clamorosamente passato di moda.