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L'INTER GIÀ DA PICCOLO - Quando sei piccolo e vai a scuola hai dei raccoglitori ad anelli in cui tenere dentro tutti e sul mio in copertina c'era una foto di squadra dell'Inter. È una società importante che mi è sempre piaciuto seguire. 

L'AFFARE - Quando ho saputo dell'Inter mi trovavo a Londra, avevo il giorno libero. Ho visto la chiamata del mio agente e ho capito ci fosse davvero la possibilità di venire qui. Ho scritto subito a Joao Mario, perchè siamo grandi amici da molto tempo. Era molto felice anche lui. Gli ho semplicemente scritto: "Forse domani ci alleniamo insieme".

RUOLO - Quando sono entrato nella prima squadra dello Sporting, da giovane, ero un centrocampista offensivo che poteva fare anche il terzino e tutti mi dicevano: "è bravo offensivamente, ma deve migliorare in difesa". Negli ultimi 3-4 anni ho lavorato molto sulla mia fase difensiva e sono migliorato tanto. Adesso mi sento a mio agio nel difendere.

VOGLIO ATTACCARE - Ora c'è perfino chi dice: "Beh, non attacca abbastanza" ma no sono d'accordo. Se devo scegliere? Preferisco attaccare, a ogni giocatore piace attaccare, se non ti piace attaccare non so perchè giochi a calcio".

PUNIZIONI - "Ho iniziato a batterle nelle giovanili dello Sporting, dove spesso facevo il capitano. Quando ce n’era una volevo batterla. Poi sono arrivato in prima squadra e c’era un portiere che mi ha aiutato, perché le calciavo sempre nella stessa maniera. E lui mi diceva: ‘Mira qui, mira qui, perché con l’effetto la palla andrà da sola dove vuoi tu. Se vuoi metterla a destra, devi mirare più fuori, se vuoi metterla sull’altro palo invece devi mirare più verso l’interno, perché sei destro e c’è l’effetto’. Piano piano sono migliorato, ma molto sta nell’esercizio: se finisci di allenarti, perdi la confidenza nel batterli".