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Ho lavorato con Gianni Brera per due anni, dall’estate del 1987 all’estate dell’89, a la Repubblica, l’ultimo giornale per il quale ha scritto. Lo conobbi ai campionati mondiali di atletica leggera, nel settembre della mia prima stagione romana, anche se lui lavorava nell’amata Milano e io ero in redazione. A volte a passare i suoi pezzi, altre a titolarli. Gli davo del lei, mi dava del lei. In trasferta, le poche che facemmo insieme, gli portavo la macchina per scrivere e lui, ben lungi dall’impedirmelo, me la allungava come per togliersi un fastidioso impiccio.
 
Sinceramente tra noi c’era più distanza che rispetto perchè sono sempre stato convinto che non mi avesse troppo in simpatia. Anzi credo che si sia divertito a raccontar facezie sul mio conto dopo la prima uscita insieme in Svizzera per la finale di Coppa delle Coppe tra il Barcellona e la Sampdoria. Fu un’esperienza straziante perchè, non riconoscendo i calciatori dalla tribuna stampa e cogliendo solo la fase finale dell’azione, Brera pretendeva che gliela ricostruissi dall’inizio senza sbagliare un cognome. La mia voce si perdeva nel baccano dello stadio, il cuore mi scalciava in petto per l’emozione, arrivavo a ripercorrere i passaggi fino a due-tre situazioni precedenti, però lui s’inalberva: “Sì, ma prima chi l’ha presa e prima ancora chi l’ha deviata?”. Ero accanto al sommo maestro e non riuscivo ad essere all’altezza del compito che mi richiedeva?
 
Alla fine, naturalmente, il suo pezzo non risentì per nulla delle mie titubanze e rileggendolo, il giorno dopo, capii perché: la cronaca di Brera non aveva bisogno del corollario delle azioni, era il capitolo di un grande romanzo che uno scrittore inarrivabile completava partita dopo partita. Al di là di quel che aveva visto e, a volte, anche al di là di quel che era accaduto. Certo che raccontava, ma con un’angolatura tutta particolare e un linguaggio inedito. Chi ha tentato di avvicinarlo è passato alla storia come un volgare imitatore (ipse dixit).
 
Oggi, 8 settembre 2019, si celebra il centenario della sua nascita e tutti, forse anche gli acerrimi avversari (Sandro Ciotti fu uno, Gianni Melidoni è un altro) sarebbero ora disposti a riconoscergli la grandezza che la letteratura ufficiale gli negò. Umberto Eco, sprezzantemente, lo definì un “Gadda spiegato al popolo”, la critica del tempo lo considerò solo un giornalista sportivo e non uno scrittore di romanzi (“Il corpo della ragassa”, “il mio vescovo e le animalesse”, “la ballata del pugile suonato”), i colleghi invidiosi un maestro mirabile che, però, andava controcorrente per capriccio o presunzione. Alla fine ci fu anche chi gli rimproverò le comparsate televisive, in particolare quelle al Processo di Biscardi, quasi che il Brera del piccolo schermo risultasse in qualche modo intaccato da un mezzo diverso dalla scrittura.
 
Certo, lui è stato soprattutto linguaggio, un’invenzione sempiterna di espressioni, definizioni, verbi tanto da indurre qualcuno a confezionare un glossario della scrittura breriana. Quando parlo di Brera ai miei studenti della Cattolica di Milano, dopo aver letto qualche brano che ci rimanda al suo lessico proverbiale, la scompongo nelle quattro categorie riconosciute dai ricercatori più assidui.

Comincio con i neologismi classici sotto cui ascriviano il famosissimo “Abatino”, affibbiato a Gianni Rivera, per parlare di un “omarino azzimato”, e il generico “Atipico” riservato a chi rispetta un ruolo fino ad un certo punto, per esempio Beccalossi, l’atipico per antonomasia. Passo poi ai neologismi tipici come “Acciaccapesta” e “Acculare” ovvero la situazione caotica, soprattutto in area, incrocio di termini fra acciaccare e pestare, oltre al cadere di terga senza remissione. Non meno fertili sono gli epiteti antonomastici come “Bonimba” riferito a Roberto Boninsegna o il prodigioso “Rombo di tuono” regalato a Gigi Riva.
 
Infine le espressioni idiomatiche come “arraffar calcio”, “inciampar nelle primule”, “ciancicar calcio” o “ruminar calcio”, tutti verbi che indicano un’attività pallonare approssimativa, sbiadita e ripetitiva. Ma il mio preferito è la “masturbatio grillorum” per dire della sterilità di un possesso palla fine a se stesso.
 
Certo, con i capiredattori di oggi, Brera rischierebbe la censura. Per questo affermare che cinquant’anni fa il giornalismo sportivo scritto era più creativo dell’originale non è azzardare una bestialità. C’erano altri capiredattori e c’era un Brera. Che oggi non c’è e non ci sarà mai. Il giornalismo, soprattutto quello di divulgazione sportiva, è di gran lunga migliorato. Tutti gli sport sono raccontati meglio e spiegati con dovizia di particolari. Il problema è l’omologazione e il gergo giovanil-populista che sostituisce quello sportivo. Capiamo di più, ma scriviamo (e parliamo) come se stessimo davanti ad un biliardo del bar dello sport.