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  • Cento anni fa nasceva Gianni Agnelli: quel tè con l’Avvocato e altre chicche bianconere

    Cento anni fa nasceva Gianni Agnelli: quel tè con l’Avvocato e altre chicche bianconere

    • Marco Bernardini
      Marco Bernardini
    Cento anni fa, oggi, Gianni Agnelli. L’uomo che sarebbe diventato, per tutti, soltanto e semplicemente l’Avvocato. La sintesi ideale e conforme di un intero secolo. Il Novecento, ritagliato intorno alla sua figura di simbolo per l’imprenditoria, lo sport, i costumi e la moda. Il trionfo della cultura piemontese nel mondo la cui matrice era stampata nel Dna di una Famiglia nata per governare seppure sprovvista di titoli nobiliari sabaudi. Non a caso il giorno delle esequie davanti al feretro di Gianni Agnelli al Lingotto sfilò praticamente tutta la popolazione di Torino. Dagli uomini del Potere alle tute blu che erano stati i suoi operai. Era morto il sovrano. Nasceva il Mito.

    Complicato, oggi, dire di lui sul quale è già stato detto tutto ciò che si poteva senza cadere nel banale. Come parlare di Giulio Cesare o di Napoleone piuttosto che di tutti gli uomini e donne i quali hanno caratterizzato un’epoca con le loro azioni e con il loro pensiero. Eppure non ci si può esimere dal farlo. Dal raccontare in maniera non enciclopedica la storia dell’Avvocato o meglio le sfaccettature apparentemente minimaliste che sono appartenute più alla persone che non al personaggio. Ed è proprio questo che mi piace fare dando un senso di intimità a quello che, per il sottoscritto, è stato un rapporto lungo almeno quarant’anni.

    Un tè per esempio. Quello che Giovanni Trapattoni ed io stavamo bevendo percolazione in un hotel di Siviglia. Lui, il mister, era lì per spiare la squadra che di lì a pochi giorni avrebbe dovuto affrontare con la sua Juventus in Coppa. Io al suo seguito inviato per “Tuttosport”. Ancora assonnati non ci accorgemmo della figura che all’improvviso si era avvicinata. Inconfondibile la sua voce con quella ”erre” molto speciale. “Come va ragazzi, posso farvi compagnia?”. Era Gianni Agnelli. Ad un tavolo più lontano la donna e l’uomo che l’Avvocato aveva lasciato per accomodarsi con noi. Donna Marella, la moglie, e Jas Gawronski il giornalista amico di famiglia. A loro fece un cenno con il capo, l’Avvocato, come per dire mi tratterò qui per un poco. Quel poco si allungò di quaranta minuti durante i quali Agnelli ci intrattenne con storie assortite e con domande sulla Juventus senza mai stuzzicare, con eleganza, il Trap sulle sue ormai note voglie interiste. Chiuse con una raccomandazione: “Non perdetevi le grandi bellezze di questa città stupenda”, Poi raggiunse donna Marella che lo attendeva fuori dall’albergo. Se ne andarono lentamente, mano nella mano, come due fidanzati in gita. Un’ora con Gianni, semplicemente.

    E’ il quadro che preferisco, lontano dagli stereotipi e dagli incontri ufficiali. Quello da affiancare ad altre scene appena abbozzate di vita per così dire normale sedi normalità si potesse parlare con riferimento a Gianni Agnelli. Le sue discese dalla scala della tribuna d’onore del Comunale dove si fermava per inventarne sempre una nuova che facesse parlare e possibilmente divertire. Dal bello di notte, al coniglio bagnato, dal fois gras francese all’immagine del Pinturicchio. L’arrivo del suo elicottero dal cielo sopra Villar che significava la stagione può cominciare. Le piste da sci bloccate per mezz’ora al Sestriere per dar modo a lui di scendere in solitaria e poi scusarsi con la gente per il disturbo arrecato. Il suo comparire, inatteso, a Punta Ala per il battesimo di Luna Rossa al quale rubava la scena. Quella sera all’Heysel in tribuna con Kissinger e poi subito via verso Torino non appena fiutata aria di tragedia. Quello era l’Avvocato.

    L’ultima immagine, però, resta e rimarrà sempre quella di Gianni Agnelli l’uomo dalle mille rughe a disegnargli il volto. Una in più, quel giorno. Più profonda di tutte le altre fino ad arrivargli dentro l’anima. Appoggiato ad una colonna alla base del ponte sul fiume Dora con al fianco il fratello Umberto. Davanti a loro il corpo, ormai freddo, di Edoardo. Nessuna lacrima, ma una frase agghiacciante e dolente insieme: “Povero figlio mio”. Per la prima volta, forse, Gianni Agnelli si stava chiedendo come avesse potuto fallire quella che avrebbe dovuto essere la missione più importante della sua esistenza. Certamente si diede, da solo, la risposta. E da quel momento cominciò a morire.

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