E poi dovevamo vedere pure questa. Alessio Corleone Cerci in posa da Padrino, per la presentazione ufficiale dell’Ankaragucu, club turco che ha ingaggiato l’ex ala di Torino e Milan, il "Thierry Henry di Valmontone", come lo chiamavano dalle sue parti a inizio carriera.

Campagna social che vuole stupire a tutti i costi, ma il buongusto non abita qui. Detto che l’accostamento Italia-mafia può vagamente suonare offensivo (ma vagamente eh...), a proposito del creativo che ha avuto questa ideona la pensiamo come Michael Corleone: "C’è una soluzione: eliminare Sollozzo". The Italian Father - appunto Cerci - deve anche subire lo sfregio di vedere scritto il suo nome sbagliato (ma informarsi o cercare su Google pareva brutto?), dove Alessio è scritto con due elle. E vabbè.

Meritava di meglio, questo vecchio ragazzo (31 anni) di gran talento ma non eguale continuità che (ri)prova a innescare la carriera approdando nella Superlig turca. E chissà se questo tentativo andrà a buon fine. L’avevamo lasciato a Verona, dov’era scivolato nel precipizio di una squadra mediocre e aveva timbrato la retrocessione in B senza poter in qualche modo rilanciare le proprie ambizioni. L’estero non gli porta bene. Stavolta non è colpa sua, l’hanno usato per una campagna pubblicitaria. L’altra volta - trasferimento all’Atletico Madrid - la combinò grossa. E si fece ridere dietro.

Era reduce dalle migliori stagioni della sua carriera: il biennio alla Fiorentina (2010-12) e soprattutto quello al Torino (2012-2014). Nella squadra di Ventura - insieme ad Immobile - aveva formato la coppia d’attacco made in Italy più scoppiettante della serie A. In quel momento - davvero - Cerci era pronto a fare il salto per diventare un giocatore di spessore europeo. Ebbene: nel settembre post-mondiale brasiliano Cerci aveva firmato con l’Atletico Madrid un contratto triennale per 15 milioni di euro. L’addio al Toro si era lasciato dietro qualche veleno.
La fidanzata, Federica Riccardi, ne aveva fatto una questione personale. E sul suo profilo Facebook aveva scritto: "Essere il migliore esterno della Serie A delle ultime due stagioni non basta... In Italia si va avanti solo con prestiti, vecchie glorie riciclate, stranieri... giocatori che costano zero. I calciatori più forti se vogliono fare qualcosa di importante devono scappare via. Saluti Serie A noi ce ne andiamo nel calcio che conta". Boom. Scoppiava la polemica, Cerci e consorte venivano accusati di boria, arroganza, superficialità.

Ma il «calcio che conta» aveva accolto Cerci con indifferenza e - complice un infortunio e un inesistente rapporto con Simeone - il buon Alessio non aveva mai visto il campo e aveva salutato il suo ritorno in Italia - al Milan - con sollievo e non senza pentirsi. "La mia ragazza ha sbagliato. Io volevo solo la serie A", giurò all’epoca. Ma il meglio era già passato, e da lì in poi - tra un inciampo del destino e una cattiva stella - la carriera di Cerci è andata mestamente declinando verso la mediocrità. Genoa, il ritorno all’Atletico Madrid, la bocciatura del Bologna (che gli fece fare le visite mediche e non lo ritenne idoneo per colpa di un ginocchio ballerino), il Verona, oggi infine l’Ankaragucu, ad Ankara, in in club assai modesto per tradizione e possibilità di crescita.

Vien da pensare che il presidente dell’Ankaragucu, Cemal Azmi Aydin, si sia comportato con Cerci come il mitologico Marlon Brando nei panni di Don Vito Corleone: "Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare". Appunto, avanti col Padrino: certe carriere smettono di avere credibilità quando diventano qualcosa di simile a un fake.