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Genio incompreso. Non si può classificare in altro modo il personaggio di Nicholas Anelka, ex attaccante francese la cui personalità ha spesso superato il talento. Ma d'altronde non può andare altrimenti, se nasci e cresci a Trappes St. Quentin, comune limitrofo della città di Parigi, spesso noto per la turbolenza dei propri abitanti. L'infanzia del piccolo Nicholas non è però disagiata, anzi: i genitori lo crescono senza fargli mancare nulla e sin dalla giovane età comincia a giocare a calcio in cortile con gli amici, tra cui il futuro attore e protagonista di "Lupin", Omar Sy. 

LA FUCINA CLAIREFONTAINE E IL PSG A 16 ANNI - Anelka è un "enfant prodige" e come molti altri suoi omologhi talentuosi, inizia a giocare nella fucina del Clairefontaine, dove conosce coloro che diventeranno amici, compagni di club e di nazionale: Thierry Henry, Patrick Vieira,, William Gallas e Robert Pires. Attaccante dotato di un mortifero fiuto del gol ma abile tecnicamente tanto da poter essere schierato anche da seconda punta, nonostante il fisico da corazziere, attira subito gli osservatori del PSG, che lo tessera a soli 16 anni, diventando uno dei più giovani marcatori della Ligue 1. 

IL TERREMOTO ARSENAL E GLI INVINCIBILI -  A 18 anni, viene acquistato dall'Arsenal per una somma pari a circa 500mila sterline, provocando un vero e proprio terremoto in Francia e nel PSG, dato che i parigini non accettavano di essere scaricati da un giovane che avevano cresciuto. A Londra, sotto l'egida di Arsene Wenger, Anelka è subito decisivo e contribuisce attivamente alla conquista del titolo degli Invincibili, con l'epica rimonta sul Manchester United suggellata proprio da un suo gol. Non solo, vince anche l'FA Cup e sostituisce in maniera egregia Ian Wright, il bomber dei Gunners. 

LE DIFFICOLTA' AL REAL E L CHAMPIONS A 20 ANNI - Nel 1999, a 20 anni, passa al Real Madrid per 22,3 milioni di sterline​, suscitando ancora scalpore per la scelta improvvisa e accusato di essere vittima dei consigli interessati del suo "clan", ovvero i due fratelli e  la famiglia. In Spagna non si ambienta e arriva a ricevere una squalifica di quarantacinque giorni per essersi rifiutato di allenarsi con la squadra per tre giorni.​ Quando torna in campo però fa la differenza, come sempre: capocannoniere del Mondiale per Club vinto dal Real, assieme a Romario, ma soprattutto decisivo nella conquista della vittoria della Champions League, grazie alle reti messe a segno nella semifinale contro il Bayern Monaco, prima dell'epilogo col Valencia. 
IL COLPO DI STATO IN NAZIONALE - L'avventura a Madrid ha però i giorni contati, nonostante la Champions vinta a soli 20 anni: Anelka inizia a girovagare, finendo in prestito prima al Liverpool di Houllier e poi al Manchester City. Nel frattempo non ha preso parte ai vittoriosi Mondiali del 1998, per scelta tecnica di Aime Jacquet: inizia qui il suo burrascoso rapporto con la Nazionale, che lo porterà a non disputare le tre edizioni '98, 2002 e 2006 e ad essere la pietra dello scandalo in quello del 2010; verrà infatti epurato all'indomani della sfida contro il Messico, persa con il risultato di 0-2, ufficialmente per delle offese al ct Raymond Domenech, mai confermate. Dopo i Mondiali la commissione disciplinare lo squalifica per diciotto partite della Nazionale, ma l'intero paese lo accusa di essere responsabile della brutta figura e dell'insubordinazione da parte dei suoi compagni.

IL RIGORE IN FINALE DI CHAMPIONS E L'ACCUSA DI RAZZISMO - Incompreso, come spesso gli capita in carriera. Le avventure a Istanbul, con la maglia del Fenerbahce, e a Bolton, sono il viatico giusto per tornare a essere protagonista sul campo, con la maglia del Chelsea, a fianco dell'amico Didier Drogba: vince il titolo di Premier ma sbaglia il rigore decisivo nella finale di Champions persa contro il Manchester United. Altro giro, altri regalo: finisce al WBA, dove viene accusato dopo un'esultanza di aver richiamato la "quenelle", gesto antisemita diffuso dal comico Dieudonné in Francia. Il confine tra l'essere decisivo in campo e personaggio contestato fuori lo attanaglia, come per tutta la sua carriera.

IL DOCUMENTARIO SU NETFLIX - Non convenzionale, come le avventure in Brasile e in India a fine carriera. Non solo, passa anche dall'Italia, dove si laurea campione con la maglia della Juventus, anche se in pochi ricordano il suo contributo: dopo aver provato la carriera da ds, appesi gli scarpini al chiodo, assume il nome arabo di Abdul-Salam Bilal, in seguito alla conversione all'Islam. Proprio per questa sua originalità la piattaforma Netflix gli ha dedicato un documentario, trattando al completo la sua vita. Da genio incompreso.

@AleDigio89