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Ci sono giocatori che ti fanno innammorare di loro al primo sguardo, e spesso questi calciatori incarnano il ruolo del fantasista: il numero 10 nel pallone ha un fascino che deriva dai primordi di questo sport, una capacità di abbinare la genialità alla concretezza sul prato del rettangolo verde, una missione innata, quella di divertire e sorprendere, oltre a fare gol. Penso che molti di coloro che sono nati nella seconda metà degli anni '80, quando pensano al loro numero 10 ideale, a colui che maggiormente ha saputo incarnare lo spirito di questo numero, pensino ad un ragazzo africano, nato in Nigeria ma cresciuto in Germania, un ragazzo con la magia nei piedi: ormai quel ragazzo è un uomo, e di nome fa Augustin Azuka Okocha, per gli amici Jay-Jay.

LA NIGERIA NELL'ESULTANZAJay-Jay nasce a Enugu, città bagnata dal fiume Niger, ma cresce calcisticamente e non solo in Germania, dato che i suoi genitori, per sfuggire alla povertà, decidono di trasferirsi a Neunkirchen, nel Saarland, quando ha solo 7 mesi: l'arte primordiale africana, quella voglia di sorprendere mista a spensieratezza mista a mosse circensi, tipiche degli sciamani nigeriani, gli rimarrà dentro per tutta la vita, sul campo da calcio e fuori. La ricorderà sempre, durante tutto il corso della sua carriera, con quella stramba esultanza: la gamba sinistra afferrata con la mano destra e una danza tribale, simbolo di gioia e felicità. 

L'UMILIANTE DANZA A KAHN, IL PSG E IL MAN UNITED - Dopo due stagioni trascorse nel Borussia Neunkirchen, si accorge di lui l'Eintracht Francoforte, squadra con cui disputa quattro campionati di Bundesliga: rimarrà celebre la danza effettuata dinnanzi ad uno spaesato Oliver Kahn, già portiere del Bayern Monaco, prima di depositare il pallone in rete, dopo aver letteralmente umiliato la difesa bavarese e il portierone biondo. Okocha è così: abbina a giocate pazzesche, degne del suo passato circense, a tiri di potenza devastante, punizioni millimetriche a numeri sensazionali, come palombelle a superare gli avversari e tunnel stratosferici. Il suo non è calcio, è pura follia, felicità che si concentra nel tocco di un pallone. La sua stessa carriera ha un che di romantico: prima il Fenerbahce, squadra turca con la quale rompe lo strapotere del Galatasaray e del Besiktas, poi il PSG, non ancora quello degli sceicchi, con il quale si fa conoscere in tutto il mondo. Il Man United di Ferguson si accorge di lui e lo tessra, senza farlo mai giocare: Jay-Jay non si scompone e si trasferisce al Bolton, squadra della quale diventa capitano, prima di chiudere la carriera tra Qatar e Hull City.

IL MARADONA AFRICANO: UN' OLIMPIADE VINTA DA SUPERAQUILA - E'però con la Nigeria che Okocha rende il suo nome indelebile per i posteri: con il dieci delle SuperAquile sulle spalle  disputa i mondiali del 1994, del 1998 e del 2002, oltre che numerose Coppe d'Africa, una delle quali vinta nel 1994, ma soprattutto si laurea Campione Olimpico nel 1996, battendo in finale l'Argentina di Zanetti, Simeone, Ortega e Crespo. I nomi di quella nazionale nigeriana fanno rabbrividire, per le qualità fisiche e tecniche delle quali erano intrisi: Amokachi, Amunike, Babngida, Babayaro, Ikpeba, Kanu, Lawal e Oliseh. Una squadra capace di diverire ed emozionare, mantendendo innato il concetto di calcio come passione per bambini, e di far sognare un intero continente. Già, perchè probabilmente è stato proprio questo il merito più grande di Jay Jay Okocha: essere uno dei primi a dimostrare che non conta la ricchezza o il luogo in cui sei cresciuto, se hai un pallone, fantasia e tecnica da vendere puoi arrivare in cima al mondo. Divertendoti, facendo divertire e senza mai andare sopra le righe: per questo il suo soprannome è divantato quello de il "Maradona africano".

OKOCHA OGGI - Jay-Jay, dopo aver influenzato in maniera pazzesca tutti i pallonari degli anni '90, ha scelto una carriera politica, una volta ritiratosi dal rettangolo verde: eletto come consigliere nella Federcalcio nigeriana, è stato uno dei principali critici della propria nazionale, dopo le ultime brutte figure in campo mondiale, non lesinando bordate al suo ex compagno Keshi, ex tecnico delle SuperAquile. Un Okocha diverso, senza sorriso sulle labbra, come ci eravamo abituati a vederlo: d'altronde che ci azzecca un funambolo con la poltica? La sua rimane una vita da 10 e lode, per quello che ha saputo regalarci: o da 10 e basta, il numero che lo ha accompagnato per tutta la carriera. Un numero che fa sognare e che ha saputo incarnare alla perfezione, con il suo spirito giocoso e folle: chapeau Jay-Jay, di calciatori come te ormai non ne nascono più.

@AleDigio89