Un tempo la sua Inter si chiamava Interpol. Il signor Kia Joorabchian se lo ricorda bene quel giorno di luglio 2007 in cui Faustus Martins De Sanctis, magistrato inquirente del tribunale di San Paolo, fa spiccare un mandato di cattura internazionale nei confronti suoi e di altri personaggi coinvolti nella vicenda della partnership Corinthians-Media Sports Investments. L’ipotesi accusatoria è pesantissima: riciclaggio di capitali. E per il signor Kia si tratta di grave colpo all’immagine personale, che per di più giunge una settimana dopo essere riuscito a piazzare Carlos Tevez al Manchester United. E per inciso, prima di portare l’Apache a Old Trafford, il signor Kia ha rifiutato un’offerta dell’Inter allora allenata da Roberto Mancini.

Sono proprio strani i corsi e ricorsi storici del calcio globale nell’epoca della finanziarizzazione. Ma soprattutto c’è che, gira e rigira, quando si parla del signor Kia si finisce per fare riferimento a Carlitos. Ogni spostamento dell’attaccante argentino si lascia dietro uno strascico di polemiche e sospetti. Il passaggio dell’anno precedente dal Corinthians al West Ham aveva fatto esplodere il Caso TPO in Europa. E ancor più accade col precedente trasferimento dal Boca Juniors al Corinthians, avvenuto a dicembre 2004 per una cifra record per il mercato sudamericano. Già, ma “quanto” record? A saperlo, ve lo direi. Nell’incertezza vi riporto quanto segnala nell’immediato Daniel Lagares, un giornalista del quotidiano argentino Clarin, che a gennaio 2005 prova a fare chiarezza: viene fuori che il Boca Juniors dichiara di avere incassato 16 milioni di dollari, che il Corinthians sostiene ne siano stati spesi 17, e che la Media Sports Investments ne ha sborsati 22,6 milioni.

Magie di numeri che richiamano l’attenzione degli inquirenti brasiliani. I quali indagano e si fanno un’idea chiara su chi siano i finanziatori della Media Sports Investments (MSI), il fondo con sede presso le Isole Vergini Britanniche di cui Joorabchian è rappresentante. Si tratta di tre oligarchi ex sovietici: i russi Roman Abramovich e Boris Berezovsky e il georgiano Badri Patarkatsishvili. Dei tre si dice vogliano comprare il West Ham, e che il principale interessato agli Hammers sia il georgiano dal cognome impronunciabile. Di ciò si vocifera giusto nelle settimane di fine agosto-inizio settembre 2006 in  cui il Signor Kia porta Tevez e Mascherano in affitto agli Hammers.

Fra le altre cose, i tre oligarchi hanno in comune uno dei più grandi affari nella vicenda delle privatizzazioni dell’economia post-sovietica: la cessione a Gazprom di Sibneft, la società petrolifera siberiana che Abramovich e Berezovsky scalano insieme, e della cui privatizzazione è supervisore Patarkatsishvili. Nel 2005 Gazprom compra Sibneft per la cifra record di 13 miliardi di dollari. Saranno proprio i disaccordi su quell’affare a rompere i rapporti fra i tre, già deteriorati quando l’Interpol cerca di eseguire il mandato di cattura internazionale contro Joorabchian e Berezovsky.

Ma nel momento in cui viene messa in piedi la partnership tra la MSI e il Corinthians, i tre vanno pienamente d’accordo. Anche perché è il 2004, e la vendita di Sibneft non è stata ancora conclusa. Quanto a Joorabchian, egli è legato soprattutto a Berezovsky. Un rapporto che risale alla vicenda del passaggio di proprietà del quotidiano russo Kommersant. Si tratta di giornale liberal d’opinione, non molto venduto in edicola ma estremamente influente nella Russia post-sovietica dei primi anni Novanta, un paese dove l’introduzione dell’economia di mercato si trasforma nella rapina sistematica delle immense risorse statali a opera di una nuova classe dominante (e in gran parte di provenienza dalle gerarchie dell’ex partito-stato) denominata genericamente “gli oligarchi”.

Nel 1999 il fondatore e editore di Kommersant, Vladimir Yakovlev, decide di cedere il giornale per dedicarsi a altri progetti. Ma vuol evitare che la sua creatura finisca nelle mani di uno o più oligarchi, perciò si lascia convincere dall’offerta di due giovani anglo-iraniani che si presentano a nome di una società denominata American Capital, sede operativa a Manatthan e sede legale (ancora una volta) presso le Isole Vergini Britanniche: il trentunenne Reza-Irani Kermani e il ventisettenne Kia Joorabchian. Yakovlev vende loro un 85% del pacchetto azionario, e poco tempo dopo i due giovani finanzieri lo girano al più oligarca degli oligarchi russi allora in campo: Boris Berezovsky.

Tornando all’accordo fra Corinthians e MSI, esso deve avere durata decennale, e in cambio di 35 milioni di dollari (cioè, 3,5 milioni per ogni anno della partnership: una miseria) il club riconosce al fondo rappresentato dal signor Kia il diritto a intascare il 51% dei proventi annui. E dopo la firma dell’accordo il club Timão si trasforma per un breve periodo nei Galacticos del Sud America. Molti fra i migliori calciatori del continente approdano da quelle parti, acquistati a  cifre totalmente fuori scala per le dimensioni finanziarie dei club brasiliani. Ciò porta alla vittoria del campionato nazionale 2005. Ma anche al collasso del club quando la partnership fra Corinthians e la MSI si rompe, proprio in seguito all’inchiesta giudiziaria. E nel 2007 il club, frastornato da queste vicende e indebolito dalla fuga improvvisa dei giocatori targati MSI, prova l’umiliazione della retrocessione nella serie B del Brasileirão.

Il mandato di cattura internazionale nei confronti di Joorabchian viene revocato a agosto 2008. La vicenda va comunque in tribunale, e si conclude a aprile 2014, quando il giudice accoglie la richiesta del pubblico ministero di archiviare il caso per insufficienza di prove, firmata a fine novembre 2013. Da notare che nel frattempo il rappresentante della pubblica accusa è stato sostituito: non più il giudice Faustus Martins De Sanctis, ma Silvio Luis Martins de Oliveira. Quando la sentenza arriva, due dei tre oligarchi tirati in ballo come finanziatori della MSI non sono lì a accoglierla. A febbraio 2008 Badri Patarkatsishvili muore nella sua mansion in Surrey, stroncato da un infarto che nell’immediato viene giudicato sospetto. Due settimane prima aveva tentato invano la corsa alla presidenza della repubblica georgiana. E a marzo 2013 Boris Berezovsky viene trovato impiccato nella sontuosa dimora del Berkshire. Nell’ultimo periodo era caduto in profonda depressione anche a causa della sconfitta in tribunale contro Abramovich, nella causa sulla vendita di Sibneft. Pare che il suo patrimonio si fosse ridotto a “soli” 500 milioni di dollari.

Quando la vicenda giudiziaria brasiliana si chiude, il signor Kia Joorabchian ha già consolidato fama e potere nel mondo del calcio globale. E intrattiene rapporti robusti anche in Italia. L’approdo all’Inter è la tappa più recente, ma non si può dimenticare gli incroci con Milan e Juventus.

Di foto a tavola del trio Galliani-Joorabchian-Tevez è pieno il web. E come non ricordare lo scambio sfumato Tevez-Pato fra il Milan e il Manchester City nel gennaio 2012? Quasi tutti (compreso me, nessun problema a ammetterlo) si diede del matto al dirigente milanista che voleva mandar via uno degli attaccanti più promettenti del calcio mondiale in cambio di un calciatore più anziano di cinque anni. E invece i fatti, e gli infortuni a ripetizione di Pato, dimostrano che Galliani ci aveva visto benissimo, mettendosi sul punto di rafforzare la squadra e portare nelle casse rossonere pure un bel pacco di milioni. Di quell’affare che si ferma per ragioni extracalcistiche, Joorabchian è il grande tessitore, così come della non realizzata cessione di Kakà al Manchester City. In compenso, adesso è lui a riportare Pato in Europa, prima al Chelsea e poi al Villarreal. E di recente ha collocato in rossonero Alex e Taarabt. Non il massimo della vita.

Ancor più rilevante il rapporto con la Juventus. Un rapporto che ha visto il club bianconero essere molto generoso verso il signor Kia. E dico questo anche in risposta a tutti coloro che dopo l’articolo di ieri mi hanno invitato a puntare l’interesse su Mino Raiola e sui suoi grassi guadagni, anziché su Joorabchian. Come se si trattasse di scegliere fra l’uno e l’altro, e non di dire che in un mondo ideale sarebbero entrambi rigorosamente lontani dal calcio. Quando la società bianconera acquisisce Tevez dal Manchester City, nell’estate 2013, firma un accordo per 9 milioni più 5 eventuali di bonus. Cifre non clamorose, ma la sorpresa arriva dopo. Per l’esattezza nell’ottobre 2014, quando leggendo pagina 103 la relazione finanziaria annuale presentata il 30 giugno 2014 si scoprì che alla voce “oneri accessori relativi ad agenti Fifa” (ricorda qualcosa?) risultano per l’agente di Tevez 4,829 milioni contabilizzati nell’esercizio 2012-13 e 3,220 milioni come valore di carico residuo al 30/6/2013. Fanno 8,049 milioni per il signor Kia. Certo, non sono i 25 milioni e rotti raggranellati da Mino Raiola per la cessione di Pogba al Manchester United. E però c’è un però. I 25 milioni intascati da Raiola sono calcolati su un affare da 105 più bonus, circa il 25%. Nel caso di Tevez si tratta di 8 milioni e spiccioli su un affare da 9 milioni più 6 bonus. Una percentuale che oscilla fra il 50 e quasi il 100%. Fate voi. Di sicuro c’è che la Juve paga sempre il conto: sia quando vende (Pogba-Raiola), che quando compra (Tevez-Joorabchian). E guai a mettere in dubbio che Marotta sia un grande dirigente.

Fine

@pippoevai

 
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