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Stasera vedremo se il Napoli tornerà da solo in testa alla classifica, ma intanto sappiamo che l’Inter ha superato il primo scoglio difficile del campionato con una prova da grande squadra, come ha scritto Alberto Polverosi dopo il 3-1 in rimonta sul campo della Fiorentina. Tutti gli allenatori, almeno fino a Pasqua, ripetono però che il campionato è lungo e quindi è presto per stilare bilanci. Il tempo e il campo, cioè i risultati, sono gli unici giudizi attendibili e del resto basta ripensare a tutti i pronostici dell’estate appena conclusa, secondo i quali la Juventus, grazie al ritorno di Allegri, era strafavorita per lo scudetto, mentre l’Inter senza Conte, Lukaku e Hakimi era molto più debole dell’anno scorso. I fatti, però, dopo cinque giornate, hanno ampiamente riabilitato la squadra nerazzurra e chi scrive non è sorpreso, perché prima ancora che partisse il campionato in questa rubrica avevano prospettato l’ipotesi che l’Inter, grazie agli acquisti intelligenti di Marotta, potrebbe ripetere almeno in parte, la stagione storica del 2010.

Anche allora, infatti, l’addio di Ibrahimovic, totem dello scudetto 2009, sembrava avere indebolito la squadra, perché nessuno credeva nelle qualità della “riserva” Milito, né tantomeno in quelle di Eto’o, scaricato dal Barcellona. Ciò non significa che l’Inter con Dzeko, Correa e Dumfries rivincerà ancora tutto, ma almeno lo scudetto torna a essere un obiettivo concreto, a maggior ragione viste le difficoltà della Juventus che ha faticato a vincere la sua prima partita contro lo Spezia. I motivi che spingono i tifosi dell’Inter a essere ottimisti sono tanti, legati alla facilità con cui la squadra segna, tanto è vero che ha già segnato più gol di tutti (18) senza dipendere soltanto da un giocatore, ma anche ad altri fattori. E tra i tanti ce n’è uno che rappresenta sicuramente un valore aggiunto rispetto alla concorrenza: la chiarezza dei ruoli e dei rispettivi interpreti, con un invidiabile equilibrio a livello tecnico tra titolari e riserve, che forma un perfetto mosaico.
Premesso che molti meriti appartengono a Conte, che ha costruito la difesa a tre con Skriniar, De Vrij e Bastoni, la meno battuta negli ultimi due campionati, Inzaghi è stato bravissimo in questo avvio di stagione ad alternare tutti i giocatori a disposizione. E così, fermo restando Brozovic al centro come prima certezza per il centrocampo a cinque, Sensi è diventato la sua chiara alternativa. Sulla fascia destra il nuovo acquisto Dumfries, devastante contro il Bologna, è già stato sostituito nel modo migliore da Darmian, che non a caso ha segnato l’importantissimo gol del provvisorio 1-1 a Firenze, mentre sull’altra corsia l’esperto Perisic ha trovato come alternativa il bentornato Dimarco, bravissimo anche su punizione come si è visto contro la Sampdoria. E poi ci sono i due centrali al fianco di Brozovic: Barella e Calhanoglu che possono essere sostituiti da Vecino e Vidal o Gagliardini. Infine c’è l’attacco con l’inamovibile Lautaro, prima scelta di Inzaghi, teoricamente al fianco di Dzeko, con Correa preziosissimo jolly quando gioca dall’inizio al posto del bosniaco, come contro il Bologna, oppure quando entra dalla panchina per affiancare Lautaro o per completare un nuovo tridente con lo stesso Dzeko, senza scordare Sanchez, come jolly di riserva.

Il rendimento è un’altra cosa, ovviamente, ma partire con le idee chiare sulle scelte iniziali e le successive varianti, con qualità pressoché identica, è un’arma che le altre squadre non possiedono. Ripensare, per credere, alle tante contraddizioni nelle formazioni della Juventus, non per i capricci di Allegri ma per le caratteristiche troppo diverse tra i suoi giocatori. Oppure ripensare alla diversa qualità tra i titolari e le riserve del Milan, per fare un esempio freschissimo al netto divario tecnico evidenziato ieri sera contro il Venezia tra Ballo-Tourè e Theo Hernandez. Un abisso, rispetto alla staffetta tra Perisic e Dimarco che si può permettere Inzaghi sulla stessa corsia. Perché nell’era del turnover, moltiplicato con le cinque sostituzioni, la differenza la possono fare proprio la chiarezza dei ruoli e la qualità dei rispettivi interpreti.