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Almeno un paio di volte all’anno mi capitava di incontrarli al “Pozzo di bugia” che è un ristorante per buongustai vicino a Forte dei Marmi. Padre e figlio al tavolo un poco in disparte. Era un ritrovarsi che faceva piacere ad entrambi. Di Enrico Chiesa, per anni, ero stato un grande estimatore. Fin dal giorno in cui un esperto intenditore di giovani talenti, il mitico Borea, lo aveva scoperto su un campetto di Pontedecimo e lo aveva portato alla Sampdoria che a quei tempi era un gioiello di squadra dove giocavano Vialli e Mancini sotto la direzione di un autentico maestro come Vujadin Boskov. E fu proprio Mancini a fare da chioccia al giovane attaccante che poi prese il volo per solcare i cieli del calcio importante.

Nel corso del suo viaggio, costellato anche da colpi di sfortuna nera tipo la rottura dei legamenti, trovò dimore prestigiose come la Fiorentina, il Parma e la Lazio. Mai però gli capitò di planare nel luogo che lui avrebbe preferito più di tutti gli altri. “La mia carriera è stata brillante e ricca di soddisfazioni. Certamente ho faticato, ma mi sono tolto un sacco di voglie professionali. Come uomo mi sento appagato e sereno. Ho una bella famiglia e due gioielli di figli. Ho un solo rincrescimento e quando ci penso non posso fare a meno di immalinconirmi un poco. Quello di aver girato in lungo e in largo l’Italia del pallone, ma di non essere mai riuscito a vestire la maglia bianconera della Juventus che ha sempre rappresentato il mio punto di riferimento. Quasi tutti nella vita possono dire di avere un’incompiuta nel cassetto. La mia è questa”. Così mi diceva Enrico Chiesa davanti alla tazzina del caffè che chiudeva la cena.
Di fronte a lui il figlio Federico. Era un ragazzino e anche fisicamente era la fotocopia del genitore. Gentile, educato e persino timido osservava il papà mostrando orgoglio e ammirazione. Ho saputo che è bravo, replicavo, e magari con un pizzico di fortuna potrebbe ripercorrere i tuoi passi di campione e realizzare quel sogno che a te manca nella tua collezione. Un lampo passava nello sguardo del ragazzo e poi la voce di babbo Enrico riportava tutti con i piedi ben saldi a terra. “Calma, non corriamo con la fantasia. Il compito di Federico, oggi, è quello di essere un ragazzo per bene e di studiare. Poi se il suo futuro dovrà essere nel mondo del calcio si vedrà. Saranno gli altri a doverlo dire e certamente non io. In ogni caso se dovesse accadere l’unico suggerimento che mi sento di dargli è quello di divertirsi e di non smettere mai di farlo”. Parole sagge dietro le quali, però, si poteva intuire che anche il padre sarebbe stato felice se il figlio, un giorno, avesse chiuso il cerchio che lui aveva lasciato aperto.

Quel giorno è arrivato anche se con qualche tempo di ritardo. Federico Chiesa è un giocatore della Juventus. L’uomo che, a mio avviso, mancava alla squadra bianconera per dare finalmente un senso di compiutezza ad un attacco che neppure con il ritorno dello spagnolo Morata poteva soddisfare le esigenze di Andrea Pirlo oltre ai legittimi desideri di Ronaldo al quale mancava una autentica spalla. Il pedigree di Federico Chiesa non è ancora nobile come lo fu quello del suo genitore così come sono simili ma anche differenti i loro modi di stare in campo e di vivere la partita. Eppure, a parte la vecchia regola secondo la quale il buon sangue non mente, è possibile essere ottimisti e fiduciosi rispetto a ciò che potrà realizzare questo figlio d’arte con addosso la maglia della Juventus. Per il momento una cosa l’ha già fatta. Mettere la sua firma sotto l’incompiuta del papà.