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Tempo scaduto. Per Turone, per Ronaldo/Iuliano, per Muntari e adesso pure per lo scontro Pjanic/Rafinha. Sono trascorsi decenni o anche solo degli anni, quindi basta! Non se ne può più. Come se interi campionati fossero stati decisi per davvero da un unico episodio di una singola partita, perché alla fine il messaggio che passa è proprio questo. La mia è una richiesta inutile nel Paese simbolo delle recriminazioni no-stop, soprattutto quando si parla di calcio, con un’opinione pubblica allevata a pane e polemiche. Normale ce ne siano alla fine di una partita e che ci possano essere strascichi nei giorni successivi: riuscire però a ritirarla fuori a distanza di anni e a ri-alimentarla fino a riportarla d’attualità, scatenando inevitabilmente (o volutamente?) nuovi casini, succede solo in Italia.

Ne è la prova quanto accaduto domenica scorsa in Rai, dopo il via libera sulle interviste agli arbitri da parte del neo-presidente AIA Trentalange. Indubbiamente una svolta positiva, soprattutto nell’ottica di una maggiore trasparenza sulle scelte prese in campo dai direttori di gara. Nelle partite appena disputate, di certo non su quelle giocate anni prima. 

E invece no. Su cosa è ruotata la prima intervista a Daniele Orsato post caduta del muro del silenzio arbitrale?  L’arcinoto scontro tra Pjanic e Rafinha di quell’Inter-Juve datato 28 aprile 2018. Roba di 1.037 giorni fa. Ma il dibattito ha ridato vita al Frankenstein delle polemiche, quelle sul mancato doppio giallo ed espulsione del giocatore juventino. Episodio che, secondo la vulgata napoletana e antiJuve, favorì la vittoria in quel Derby d’Italia della squadra di Allegri, spianandole la strada verso uno scudetto che solo 7 giorni prima era tornato in gioco con la vittoria del Napoli nello scontro diretto. 
Sulla trasferta a San Siro della Juve poggiavano le speranze-sorpasso dei napoletani, vanificate proprio da quella vittoria in rimonta dei bianconeri. In tanti dimenticano però che, fino all’episodio incriminato, l’Inter stava vincendo 2-1 , seppur in inferiorità numerica dal 18’ del primo tempo. Nota a margine: espulsione chiesta dal Var, non da Orsato che aveva ammonito Vecino. Poi, tra l’82° e l’84°, si verificò il ribaltone, con conseguente doccia gelata sul Napoli impegnato subito dopo a Firenze, dove venne sconfitto per 3-0. Da lì poi la storia dello "scudetto perso in albergo". 

Tre anni dopo, col tempismo dei brontosauri, ad Orsato è stata chiesta spiegazione su quella decisione di non espellere Pjanic. E il fischietto di Schio, anziché elegantemente glissare, ha ammesso di avere sbagliato valutazione, pulendosi così la coscienza e ridando fiato a trombette e tromboni. Tra questi l’ex procuratore federale Pecoraro (di dichiarata fede napoletana), ancora a caccia dell’audio – che non c’è - tra Orsato e Var sempre in quella partita, e persino il figlio di Maradona che ha ragion d’essere solo in quanto pargolo del Pibe. Per non parlare delle tante stizzite zabette partenopee, tornate in fibrillazione dopo l’assist ricevuto dal servizio pubblico. Che facciamo, la vogliamo rigiocare? O come nel 2006 togliamo d’ufficio quel tricolore alla Juve, assegnandolo al Napoli? Dopo Calciopoli e il recente verdetto del Coni, proprio su Juve-Napoli, non mi stupirei di nulla. Nel paese dei campanelli e dei campanili, dove solo la Juve ruba e tutti gli altri sono povere nonnine scippate, tutto è possibile. E la prossima volta che Orsato tornerà in tv, i colleghi del servizio pubblico gli chiedano cortesemente se, sempre in quella partita, si era accorto di non aver concesso un rigore alla Juve per fallo evidente su Matuidi. Solo per scrupolo bipartisan, visto che il canone non lo pagano solo a Napoli.