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Cosa ci ha detto quest’ultimo turno di Champions? Ha confermato ciò che già avevamo capito nel nostro campionato, e cioè: il Var non è affatto dirimente negli episodi oscuri di una partita, e talvolta può addirittura diventare dannoso. E non per colpa della tecnologia, che il suo dovere lo fa sempre, ma di chi la usa. Per lo sfrenato desiderio dell’arbitro  - in campo così come in sala Var - di voler essere sempre lui il giudice ultimo, supremo ed insindacabile di ogni decisione.

Un brutto vizio di cui non ci libereremo mai, in Italia come all’estero, perché quella arbitrale è una casta impermeabile a critiche e cambiamento dei tempi. I direttori di gara si ritengono infatti tali, ovvero “direttori”, a pieno titolo. Vogliono “dirigere” una partita come piace a loro, a costo di prendere cantonate pazzesche. Tipo in Juve – Salernitana, o per ultimo in Inter – Barcellona. Cambiano i palcoscenici, non il modo di arbitrare. Decidono loro quali episodi punire e quali no, e come interpretare il regolamento, anche quando dispongono di immagini in grado di parlare da sole.

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