809
Il cerchio, adesso, si è finalmente chiuso: il numero 9 della Juventus tornerà sulla schiena di Alvaro Morata, che lo aveva già avuto addosso nel suo precedente biennio bianconero 2014/16. Due settimane fa il navigato procuratore Giovanni Branchini aveva anticipato questa operazione, ma quasi nessuno (me compreso) gli era andato troppo dietro. “Cartellino troppo caro, la Juve non può spendere” la giustificazione data. Invece la Juve può, seppur a certe condizioni: 10 milioni di prestito per ciascuno dei primi 2 anni , dopodichè diritto e non obbligo di riscatto a 45 milioni. Se Alvaro farà bene, penso che nel 2022 ci  si risiederà al tavolo con l’Atletico e si rinegozierà la cifra del conguaglio. 

I 18 milioni di prestito sono tanti? È all’incirca lo stesso prezzo che, alla fine, chiedeva la Roma per Dzeko. Che adesso rimarrà dov’è, perché alla lunga i giochetti di mercato stancano. Stressano i tifosi, figuriamoci i dirigenti dei club coinvolti in queste estenuanti operazioni. Soprattutto quando capiscono di essere presi  per il naso, com’è capitato appunto nella trattativa parallela Dzeko/Milik: ad un certo punto Paratici e Nedved si sono giustamente seccati ed hanno virato su Morata. Perché non si può giocare al rialzo (dai 10 milioni iniziali di cartellino si è passato prima ai 12, poi ai 15 e infine ai 17) , trovare un accordo tra le parti e poi non liberare mai il giocatore (Dzeko) finché alla Roma non arrivava  il sostituto (Milik) .

Problemi loro se oltre al polacco non avevano previsto nessun piano B. 
Così com’è rimasto con Milik ancora in casa pure AD
L, convinto di procrastinare magari fino al 5 ottobre la telenovela dei 2 centravanti e fare così un dispetto alla Juve, impedendole di prendere l’attaccante che le serviva e farlo giocare – guarda la coicidenza  - proprio contro Roma e Napoli. L’ostruzionismo di entrambe, alla lunga, è parso evidente pure ai dirigenti bianconeri, che si sono tirati fuori.

Così come avevano già fatto in precedenza con Suarez, e adesso varrebbe la pena aggiungerci un bel “per fortuna” , considerando la piega presa dalla questione cittadinanza. La Juventus si è tirata fuori in tempo, prima che scoppiasse il caso degli esami truffa scoperti dalla Guardia di Finanza, che  indaga su quell’Università per Stranieri  da febbraio scorso, però il bubbone è scoppiato solo dopo che è transitato da quelle parti un giocatore  al quale era interessata la Juventus. Una tempestività chirurgica. 
A prenotare a Suarez quell’esame a Perugia era stata proprio la Juve, lo sapevano tutti,  però pressioni per farglielo passare non ne avrebbe fatte, stando a quanto ha dichiarato il colonnello Sarri (guarda la fatalità) della GDF: “è stata iniziativa di chi lavora in quell’Università” ha specificato.  Ma ha pure aggiunto sibillino: “La Juve non è indagata, attualmente, vediamo cosa emergerà”. Gatta ci cova. Vediamo. 

Quattordici anni dopo Calciopoli siamo comunque ancora lì, con la speranza nel cassetto di rispedire pure stavolta in B la Juventus. Per un giocatore mai acquistato e che non giocherà neanche un minuto con la maglia bianconera, e come tale non esistono i presupposti di reato neppure per il codice di giustizia sportiva. 

In Italia un altro uruguagio giocò – lui si, con passaporto falso – oltre 200 partite in Serie A e se la cavò con 4 mesi di sospensione, mentre il suo club con un multone di 2 miliardi di vecchie lire.  In questo caso, Suarez non rischia nulla – parola di Sarri, il colonnello – la Juventus forse solo una tirata d’orecchie. Asciugatevi la bava.