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In una stagione disgraziata come questa, sia dal punto di vista pandemico che sportivo, ci mancava solo più questa alla Juventus: la figuraccia planetaria fatta con la Superleague, essendone il presidente Agnelli uno dei patrocinatori. Se non addirittura il principale, insieme a Florentino Perez. Un golpe durato appena 48 ore. A memoria, solo quello tentato in Turchia nel 2016 durò ancora meno e saltò, proprio come questo. 

Non discuto sull’idea (interessante ma modificabile), bensì sull’organizzazione generale del progetto. Quando vai allo scontro con un gigante come la Uefa devi andarci corazzato come Ironman, altrimenti vieni triturato, anche se ti chiami Agnelli, Juventus o Real Madrid. Il calcio dei burocrati è vecchio e stantìo, ma ancora forte, perché spalleggiato dalla politica e da interessi diffusi. È destinato a esaurirsi, ma per abbatterlo subito serviva unità d’intenti. Quando ordini l’attacco non puoi voltarti indietro e ritrovarti in due, come di fatto è stato, perché non appena Ceferin ha alzato la voce spalleggiato da Boris Johnson e Macron, molti congiurati si sono arresi. La sporca dozzina dei club fondatori della fantomatica SuperLeague non era composta da eroi bensì da codardi. Agnelli si è ritrovato come Brancaleon da Norcia, a capo di un’armata inesistente, e allora viene naturale domandarsi come siano stati assoldati i componenti.

Forse con troppa fretta, quella di chi – finanziariamente parlando – ha l’acqua alla gola e disperato bisogno di  un boccaglio per poter respirare. La pandemìa ha messo in ginocchio i grandi club, già indebitati di loro, e la SuperLegue  avrebbe potuto essere la soluzione, ma andava costruita con l’acciaio non col nastro adesivo. Il medesimo azzardo e la stessa presunzione usati da Agnelli nella scelta di Pirlo, per la quale ha dichiarato di non essersi pentito. Così come non penso lo sia per aver sostituito Marotta con Paratici, al quale ha poi permesso di  gestire alla garibaldina il caso Suarez. Errori in sequenza, l’ultimo, compiuto in prima persona, è stato appunto la pessima gestione dell’affare SuperLega.
Con le sue inevitabili conseguenze: un danno d’immagine non da poco, per la Juve, per gli Agnelli, per Exor, e le possibili ritorsioni Uefa, che qualche messaggino subliminale già nelle ultime due gare col Porto l’aveva mandato (due rigori solari non concessi).  

Prima di sganciare la bomba, Agnelli e Perez avranno sicuramente messo in conto la levata di scudi generale, da quella scontata di Ceferin a quelle di media, addetti lavori e tifosi, non hanno però calcolato la debolezza della propria squadra e di come sarebbe volata per aria già al primo assalto. Un errore strategico non di poco conto. 

Resta da capire cosa accadrà ora in Juventus: il padrone, cioè Elkann, perdonerà pure stavolta il cugino o la figuraccia derivante dal disastro SuperLega sarà l’occasione per la definitiva resa dei conti interna?