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Vedere Adriano Galliani che mima il simbolo del Var dovrebbe essere un fatto piuttosto normale. La scena, invece, è fortemente bizzarra se si sviluppa non nella tribuna d’onore dello stadio di Monza ma nell’aula del Senato italiano. Il delfino di Berlusconi indica che la presidente Casellati si sta comportando esattamente come fa un arbitro allorché deve verificare la validità di una sua decisione dubbia. Così tra clamori e proteste dei “giocatori” ciò che solitamente avviene sul terreno di gioco si ripete clamorosamente in un Palazzo istituzionale. Replay del filmato e revisione delle precedenti disposizioni.

Il protagonista di questa avventura piuttosto comica ma anche imbarazzante per il luogo “sacro” dove è stata consumata. E’ Alfonso Ciampolillo, in arte Lello, il cui nome fino a ieri sera era conosciuto dai settecento baresi che lo avevano voltato quando si presentò come candidato sindaco della città. Raccolse lo 0,35 per cento dei consensi e venne travolto dall’uragano Emiliano.

Ricomparve come grillino della prima ora intenzionato a far casino con le sue proposte tipo “non si devono tagliare i pini ammalati di Xilella, ma basta lavarli con il sapone”, piuttosto che “la cannabis ligth va liberalizzata”, oppure: “le mascherine non servono a un bel niente”. Malsopportato dagli stessi suoi compagni del Movimento 5 Stelle durante il Conte1, venne espulso appena varato il Conte2. Continuò a fare casino nelle sue vesti di senatore attaccando a più riprese la ministra Bellanova e lo stesso premier.
Ieri ha smesso di essere il signor “Ciampolillo chi?” per trasformarsi nel soggetto politico al quale gli italiani devono dire grazie se oggi possono contare ancora su un Governo, magari zoppo come la celebre anitra dell’idiomatismo lessicale, ma comunque in attività. Sotto il profilo sostanziale verrebbe da dire “Meno male che Ciampolillo c’è” perché anche soltanto la visione di un Paese abbandonato dalle istituzioni in un momento storico così drammatico metteva i brividi. E’ semmai la modalità con la quale si è arrivati alla fiducia concessa a Conte che spinge ad un sorriso e non certamente di tenerezza che ci fa dire “non cambieremo mai”.

Quel voto nevralgico in più, anche se non determinante, in realtà non c’era. Assente alla prima e alla seconda chiamata, il senatore vegano si presentava per il terzo e ultimo appello quando la Casellati aveva già chiuso la conta. Forse Ciampolillo era stato a fare pipì. Ma non è infondato il sospetto che il “nemico” del Governo Conte stesse aspettando una risposta dallo staff dello stesso premier. Tant’è, riammesso a votare dopo la lettura del Var, a cose fatte, la prima dichiarazione che ha rilasciato è stata questa: ”Non mi dispiacerebbe fare il ministro dell’Agricoltura”. Così è, se vi pare.