Tutto era cominciato nel 2014. Dopo gli sceicchi arabi, il calcio europeo sembrava aver trovato una gallina dalle uova d’oro: la Cina, pronta a riversare una “caterva” di milioni da investire nei club continentali. Oggi, dopo circa 4 anni, quella gallina non è cresciuta e rischia di tornare un pulcino.

Gli investimenti, non solo direttamente nelle società calcistiche, ma anche in quelle dei media e dei diritti, si sono rivelati a dir poco imprudenti o privi d’un credibile rapporto costi/benefici, così ora i cinesi vendono.

Incoraggiati dal governo (soprattutto dalle velleità del leader Xi Jinping, grande appassionato di calcio e fermo sostenitore del valore propagandistico di questo sport) imprenditori e fondi d’investimento hanno iniziato la scalata europea, convinti che bastassero denaro, prestiti, giochi finanziari per impossessarsi rapidamente delle chiavi del sistema pedatorio. L’intento era quello di guadagnare, ma anche d’importare competenze in Cina dove il calcio stentava a decollare, abbondantemente sorpassato dal basket. Xi Jinping non solo benedisse i valorosi imprenditori alla conquista dell’Europa, lasciandoli liberi d’indebitarsi oltre ogni limite e d’esportare capitali, ma lanciò, per il calcio, un piano simile al “Progetto 119”, varato dai cinesi per sviluppare lo sport prima delle Olimpiadi del 2008, rivelatosi assai efficace. Il progetto, approvato nel 2015, mise a disposizione del calcio buona parte degli 800 miliardi di dollari, dedicati allo sport in generale fino al 2025, per trasformare il Paese in una grande potenza calcistica. Uno degli obiettivi era, ed è, quello di giungere almeno a 50 mila scuole-calcio per favorire il movimento giovanile. A questo si aggiunsero una politica fiscale estremamente favorevole per l’ingaggio di grandi campioni nel campionato cinese e, appunto, la cosiddetta “Campagna d’Europa”, che però s’è rivelata una  napoleonica “Campagna di Russia”.

Troppo note le vicende del Milan, acquistato ad un prezzo ritenuto eccessivo (740 di Euro) da Yonghong Li, il quale non esitò a chiedere al Fondo Elliott un prestito di 300 milioni all’ interesse del 10% annuo (sulla vicenda indaga la Procura di Milano per capire la provenienza dei fondi utilizzati da Li). Oltre al Milan, sotto il controllo cinese erano finiti, l’Inter, il Parma, il Sochaux in Francia, il West Bromwich Albion in Premier, l’Espanyol e il Granada in Spagna. China Media Company comprò il 13% del Manchester City (Xi Jinping volò in Inghilterra per farsi fotografare mentre palleggiava all’ Etihad Stadium) e il gruppo Wanda acquisì una cospicua quota di minoranza dell’ Atletico Madrid. Altri interventi cinesi hanno coinvolto Lione, Southampton, Aston Villa, Slavia Praga.

Anche se non si è trattato di un flop vistoso come quello del Milan, passato al fondo Elliot per manifesta incapacità di Li ad amministrare un club di primo piano della Serie A, ora, la bolla cinese pare essersi sgonfiata. Wanda ha venduto il suo 20% dell’Atletico Madrid e una serie di società cinesi legate alla compravendita dei diritti televisivi, sono in difficoltà. Orient Hontai Capital entrata in maggioranza in Media Audiovisual di cui fa parte Mediapro ha subito un severo giudizio dall’agenzia di rating Moody’s mentre Beofeng Technology e Everbright Securities, che avevano rilevato nel 2016 da M&Silva i diritti della serie A e del calcio sudamericano per l’estero, si trovano in una situazione critica con contenziosi legali aperti.

Il nodo della crisi sembra essere la grande facilità finanziaria con cui i cinesi sono abituati a muoversi, unita però ad una scarsissima capacità manageriale nel campo specifico, resa ancor più difficile dal fatto che in Europa (un continente per loro molto piccolo) vigono regole e culture calcistiche diverse da Paese a Paese. Insomma, agli investimenti finanziari a leva operati dai cinesi, con un impiego di capitali ridotto e cospicua liquidità, non sono corrisposte buone scelte manageriali in grado di assicurare risultati positivi.

Mentre allo stadio i cinesi continuano a gioire per ogni goal che viene segnato, anche da parte della squadra per cui non tifano, lo sviluppo delle scuole-calcio statali stenta a decollare. Come ha scritto la sinologa Mary Gallagher su The Conversation, “in Cina ci sono 7 campi da calcio ogni 10 mila persone, in Giappone, invece ce ne sono 200 ogni 10 mila abitanti”. Gli esiti poco brillanti della “campagna d’Europa”, oltre agli ingaggi stratosferici di calciatori stranieri hanno fatto il resto.

Il governo cinese, a malincuore, data la passione di Xi Jinping, ha dovuto constatare che per adesso, non ci sono stati grandi benefici sia sul piano economico, sia su quello sportivo per il campionato nazionale. Così è stata presa la decisione di porre un freno alle spese illimitate e senza regole. Gli investimenti e le acquisizioni continueranno solo con dettagliati piani industriali collegati allo sviluppo interno del calcio cinese. Insomma, uno stop, perché il calcio ancora in Cina non è diventato quel fattore d’unificazione, appartenenza e potenza come Xi Jinping sperava.