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Dalla serie A ai campionati dilettantistici, dai presidenti ai tifosi, dal Lazio alla Sicilia. C'è un altro 'palazzo' che controlla e gestisce capillarmente il calcio italiano: è quello della criminalità organizzata. Un fenomeno di cui non si parla abbastanza, ma che ormai è sotto gli occhi di tutti: il proliferare di episodi di cronaca lo testimonia. Si fa finta di non vedere, finché qualcuno non squarcia il velo del silenzio. Ci è riuscito Daniele Poto, ex giornalista di Tuttosport, che per l'associazione Libera di Don Luigi Ciotti ha scritto il bellissimo libro 'Le Mafie nel Pallone' (edito dal Gruppo Abele). Calciomercato.com lo ha intervistato in esclusiva.

Daniele, perché oggi un clan malavitoso ha interesse a mettere le mani su una squadra di calcio?
'La mafia è una delle principali industrie del Paese. Il calcio, seppure in declino a livello italiano, presenta fatturati importanti. Dall'incrocio di queste due convergenze l'equazione sembra completa. Noi calcoliamo per induzione che dei guadagni illeciti, stimati in Italia intorno ai 150 miliardi di euro, almeno un 10% provenga dal calcio. L'esercizio mafioso nel calcio ha svariate attività: dal riciclaggio del denaro al controllo del territorio, all'arruolamento della cosiddetta materia prima, cioè i malavitosi, specialmente in regioni come la Sicilia e la Calabria, sotto l'egida di Cosa Nostra e della 'Ndrangheta'.

Tutto questo proprio mentre i magnati stranieri provano ad investire nel nostro calcio, vedi il caso della Roma…
'Il calcio sta cambiando completamente i propri confini. Molte squadre inglesi sono preda di magnati russi, a volte di dubbia provenienza… non tutti sono Abramovich! Purtroppo non cambia la sostanza: spesso dietro i reali acquirenti ci sono dei prestanome che cedono la loro identità per ricoprire una carica di presidente, anche se il potere è altrove e spesso incontrollabile'.

Quanto è stata importante per le mafie l'esplosione del fenomeno delle scommesse sportive che c'è stata in questi anni in Italia, a partire dalla liberalizzazione del settore?
'È un fenomeno che mi preoccupa molto. Ad esempio in un quartiere popolare come il Prenestino a Roma, nell'ultimo anno sono nati 36 nuovi punti scommesse. Io mi chiedo: ma gli sportivi italiani ne hanno davvero bisogno? Spesso sono centri che sorgono vicino alle scuole: io non sono assolutamente un proibizionista, ma mi chiedo davvero se un Paese in crisi abbia bisogno di tutti questi punti di giocata. I regolamenti sono molto liberali, a volte basta solo un'auto-certificazione, ma credo che sarebbe importante controllare cosa c'è dietro questi lussuosi punti scommessa che aprono in continuazione'.

Tu spieghi che le mafie si infiltrano anche nel mondo delle tifoserie organizzate. La Tessera del Tifoso può servire, in questo caso?
'Per me la tessera del tifoso ha dei punti positivi e altri punti controversi o criticabili. Indubbiamente non mi fa piacere che per un tifoso - non un ultrà, o un pregiudicato - sia sempre più difficile seguire la propria squadra in trasferta, addirittura un rompicapo se vuole portarci il proprio figlio minorenne. Questo non mi piace. È un deterrente di ordine pubblico per portare poi a bilancio al Ministero dell'Interno, nei consueti rendiconti di fine anno, cifre in ribasso per quanto riguarda scontri, feriti e morti. Ma è uno strumento piuttosto sbrigativo e superficiale'.

Nell'ultimo periodo abbiamo sentito di partite truccate in Lega Pro ma anche in Eccellenza, dove il calcio dovrebbe essere qualcosa di meno impegnativo. È un fenomeno davvero così diffuso, secondo te?
'I campionati dilettantistici a volte di dilettantistico hanno soltanto il nome. C'è una squadra in Puglia che ad esempio ha tesserato sette giocatori argentini: come farà a pagarli, se sono dilettanti? Naturalmente ci sono dei giri molto controversi. Certamente, il giro delle scommesse illegali e del malaffare passa anche per i campionati di Eccellenza e Promozione, e pensiamo che questo virus si aggiri già nei settori giovanili, con la mala piaga dei genitori che spesso sono un motivo di inquinamento e non di avvicinamento dei loro ragazzi allo sport'.

È difficile in questi casi parlare di soluzioni, ma c'è secondo te una contromisura che può attuare il sistema calcio rispetto all'infiltrazione delle mafie, anche solo per dare un segnale?
'I rimedi, uno a lunga scadenza e uno a breve scadenza, possono essere due. Il primo: ridurre la forbice tra i tempi della giustizia sportiva e di quella ordinaria. La giustizia sportiva è veloce, sommaria e sbrigativa; quella ordinaria è puntuale ma lentissima, così spesso arriva a giochi fatti, quando i verdetti sono già stati scritti. Poi non mi dispiacerebbe introdurre la figura del collaboratore di giustizia anche nello sport, perché il calcio per definizione è omertoso, poche persone sono disposte a rivelare cosa c'è sotto. Se si varasse una forma di sanatoria anche nell'ambito dei tesserati della Federcalcio, molti potrebbero aderire, ripulirsi la fedina penale rivelando tutto quello che di marcio hanno visto e sentito in passato'.