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  • Colella a CM: 'I segreti del mio Partizani campione d'Albania. E agli allenatori dico: lasciate l'Italia!'

    Colella a CM: 'I segreti del mio Partizani campione d'Albania. E agli allenatori dico: lasciate l'Italia!'

    • Federico Albrizio
    "Ci siamo salutati da primi in classifica e ci ritroviamo da campioni. E' un po' anche merito vostro". Scherza e sorride Giovanni Colella e diversamente non potrebbe essere. Lo scorso novembre, quando rilasciò un'intervista a Calciomercato.com, il suo Partizani Tirana era in testa alla classifica della Kategoria Superiore, il massimo campionato di Albania. A distanza di pochi mesi, quel titolo è vinto e lui è il primo tecnico italiano a riuscirci, impresa che non avevano centrato altri colleghi come Agostinelli, Sormani e Lerda. Il trionfo è arrivato solo all'ultima giornata con il successo sul Teuta di Durazzo, dopo un estenuante testa a testa con i rivali cittadini del Tirana: i due club hanno chiuso appaiati a 67 punti, ma il Partizani ha potuto festeggiare grazie agli scontri diretti (due vittorie e un pareggio in quattro confronti).

    "E' stato un anno veramente duro - racconta Colella in una nuova intervista a Calciomercato.com -. Duro perché sono arrivato ad agosto, non proprio all'inizio della stagione. E' stato un continuo rincorrersi con gli avversari, in un Paese non mio, anche se lo conosco (in Albania aveva già allenato all'Apollonia Fier, ndr), in uno dei campionati più difficili degli ultimi anni. Per dare l'idea della competitività, l'ultima in classifica è retrocessa a 32 punti, la terzultima che fa lo spareggio ne ha conquistati 40".

    Colella, 56 anni e una lunga carriera in Serie C (con significative esperienze a Vicenza, Siena e Como), è arrivato al Partizani con una missione chiara: "Qui è come la Juve, il Milan o l'Inter" diceva a novembre. E a distanza di mesi ribadisce ricordando i tempi di Vicenza: "E' uno di quei club: soldi o non soldi, devi fare la squadra per vincere. Si tratta di squadre blasonate in cui il seguito dei tifosi chiede sempre di essere competitivi. Arrivi e sai di dover vincere. E' una delle leggi non scritte del calcio".

    La missione è compiuta, ma quando il Partizani ha iniziato a credere alla vittoria della Kategoria Superiore?
    "Siamo partiti molto bene, con tre-quattro vittorie consecutive. Tra le altre cose il gruppo, con poco tempo di lavoro, aveva assimilato molte cose. Poi abbiamo perso il primo derby 2-0. E' la partita più importante dell'anno, la rivalità cittadina è tremenda e sono quasi sempre le due squadre più forti del campionato. Una partita strana: dominammo noi, perdemmo 2-0 in 10 contro 11 noi. Lì ho capito che potevamo giocarcela, paradossalmente dopo una sconfitta ho capito che potevamo vincere". 
     


    Le sconfitte d'altronde sono spesso le più grandi maestre.
    "Devi trarre insegnamenti da tutte le partite, che si vinca o che si perda. Le sconfitte però ti fanno riflettere di più e quel ko in particolare mi diede la dimensione della forza che avevamo e che avremmo portato avanti fino alla fine, anche se sulla carta non eravamo la più forte, visto che teoricamente c'erano una-due squadre più quotate. Alla fine di quel derby dissi al direttore che non ne avrei perso un altro: ne abbiamo vinti due e pareggiato uno e vinto il titolo in virtù degli scontri diretti".

    Un titolo che assume un valore doppio per i tifosi del Partizani, vinto con beffa finale ai rivali del Tirana. Come l'Inter che si prende la sua rivincita nell'Euroderby eliminando il Milan in semifinale di Champions League.
    "Vincere contro i rivali di sempre è impagabile a livello ambientale. Giorni e giorni di polemiche per ogni episodio, con loro è sempre così. I derby durano tre ore ciascuno tra interruzioni per fuochi d'artificio invasioni di campo. E' un tuffo nel passato, una partita d'altri tempi. Qui hanno perso un po' d'amore verso il calcio, che non è stato promosso al meglio negli ultimi tempi. Ma il derby è il derby, vengono 20mila persone allo stadio".

    La vittoria della Kategoria Superiore in Albania è il presente ma allo stesso tempo è già il passato, perché all'orizzonte c'è un altro traguardo storico: luglio il Partizani giocherà i preliminari di Champions League.
    "E' dalla fine della partita con il Teuta che ci penso. Mi sono goduto la vittoria ovviamente, ma solo l'idea di giocare i preliminari di Champions e sentire quella musica...".

    Quindi il futuro è scritto: sarà sulla panchina del Partizani anche la prossima stagione?
    "Non c'erano dubbi prima e ora anche meno. La verità è che qui ho trovato gente di parola, gente per cui una stretta di mano conta più di un contratto. Non ci sono mai stati problemi e ce ne sono ancora meno adesso. Non vediamo l'ora di ripartire".

    Avete già iniziato a preparare le mosse per i preliminari e la prossima stagione dunque?
    "Vado oltre: noi abbiamo già fatto programmazione in realtà. Abbiamo l'intera rosa sotto contratto, tutti i contratti sono pluriennali, dal primo all'ultimo. Certo c'è spazio per qualche aggiustamento, abbiamo un paio di richieste per alcuni nostri giocatori che valuteremo, ma partiamo già da una base importante. Crediamo che uno dei segreti per affrontare al meglio questo tipo di sfide sia proprio non rischiare di ritrovarsi con una squadra diversa dalla fine del campionato a maggio ai preliminari che si giocano a luglio, diventerebbe un problema. Io ripartirò da una base molto ampia e definita, cercheremo di migliorare la rosa ma è difficile. Il vantaggio è che possiamo permetterci scelte oculate".

    Qualcuno dunque può lasciare il Partizani nelle prossime settimane?
    "Abbiamo giovani nel mirino di grandi squadre, ma sappiamo gestire queste situazioni. A gennaio abbiamo dato via i due giocatori più importanti che avevamo, il capitano (Eneo Bitri, difensore classe '96 passato ai cechi del Banik Ostrava) e il bomber che è andato in Francia (Xhuliano Skuka, classe '98 trasferitosi al Metz). La nostra politica è questa, prendere giocatori futuribili che ci diano una resa anche in termini economici. Non arriverà un giocatore di 30 anni, ma se riusciremo a prendere un giocatore futuribile lo faremo".

    Una politica netta, non del tutto compresa all'inizio.
    "Anche a gennaio ci hanno massacrato per il mercato di gennaio. Abbiamo preso due ragazzi dalla Macedonia che non conosceva nessuno e un attaccante da una squadra kosovara che stava retrocedendo. Il più vecchio dei tre ha 24 anni ed è un ottimo giocatore, uno ha 19 anni e un altro 20. Tutti a lamentarsi dell'addio di due giocatori forti, ma la nostra politica non è prendere giocatori uguali a quelli che diamo via. E' la politica giusta per un campionato di questo livello".

    Non solo per il massimo campionato albanese probabilmente.
    "Forse anche in Italia qualcuno dovrebbe pensare di fare così: ormai la Serie A non è più un punto d'arrivo, ma un campionato di passaggio".

    Eppure l'Italia si è presa tre finali europee: l'Inter in Champions, la Roma in Europa e la Fiorentina in Conference League.
    "Sono andate avanti le squadre che hanno fatto più investimenti. L'Inter sulla carta era la squadra più forte della Serie A, un'ottima squadra che ha avuto qualche difficoltà in stagione ma è stata capace di superarle. La Roma per esempio ha fatto investimenti molto buoni. Noi siamo sulla falsa riga, si cerca di essere competitivi ma a fine anno si tira la riga del bilancio. Noi con la vittoria del campionato siamo in attivo".

    C'è un momento, una fotografia di questa annata straordinaria?
    "La partita con il Kastrioti ha deciso l'annata (vittoria 1-4 alla penultima giornata, con il pareggio del Tirana contro il Bylis è arrivato l'aggancio in vetta, ndr), ma sulla base di quanto fatto prima. La prima vittoria nel derby è quella che ci ha reso più forti mentalmente. Fino a quel momento la squadra non era sicura di vincere, quella partita ci ha dato la sicurezza di essere forti. Serve anche quello per vincere, per costruire mentalità. Nella mia squadra che ha vinto c'erano due esperti e uno è il secondo portiere. Queste situazioni maturano pian piano, con le partite, con gli episodi. Quella partita ha dato ai ragazzi la dimensione della loro forza, la convinzione di potercela fare". 

    Fare carriera all'estero, una scelta che sempre più allenatori stanno intraprendendo e che sta portando a grandi successi, si veda anche Roberto Bordin campione in Moldavia con lo Sheriff Tiraspol.
    "Al di là delle polemiche, bisogna ragionare su una questione reale: la forbice nel mercato allenatori tra domanda e offerta si è allargata, è un vero e proprio baratro. Non parliamo neanche di Serie A, parliamo di B e C dove ci 80 squadre complessive: penso ci siano almeno 700 allenatori. Questo dà la dimensione della necessità di ampliare il mercato, noi allenatori siamo costretti a cercare soluzioni nuove. Quando esonerano un allenatore, ogni società ha sul tavolo il nome di 15 allenatori tra cui scegliere. Altra situazione paradossale: in Italia non ho mai tirato fuori un curriculum, all'estero sempre. Ormai è una necessità guardare ai mercati esteri per chi fa il professionista. La realtà economica della Serie C non ti permette più di lavorare un anno e stare fermo cinque, devi dare continuità al lavoro e cercare all'estero. Mi sembra che parecchi colleghi si siano orientati in questa direzione. Il mercato non è più l'Italia: è l'Europa almeno, ma anche fuori. Stefano Cusin che sta allenando il Sud Sudan è un esempio. Ormai non possiamo più limitarci all'Italia, è un mercato saturo".

    Quindi anche la sua carriera, al di là del prossimo anno già deciso al Partizani, può proseguire sempre lontano dall'Italia?
    "A lungo termine non mi pongo dei limiti, non me li sono mai posti. Sto facendo questa esperienza, mi piace e qui sto davvero bene. Negli ultimi anni di Serie C per lavorare ho dovuto accettare situazioni oltre il limite, perché rientrare adesso? Poi la vita è strana, a volta ti scavi la strada in posti che non penseresti mai. Per ora sto bene qui, ho sempre valutato ogni cosa e ho sempre detto che mi sarebbe piaciuto valutare esperienze all'estero. Se mi aprirò anche un mercato extra italiano sarò ben felice".

    Con l'impresa di De Zerbi al Brighton, trascinato alla prima storica qualificazione in Europa League, si è rilanciato il tormentone 'Italians do it better'. I tecnici nostrani hanno davvero una marcia in più?
    "Noi abbiamo una base allenatori pazzesca in Italia. Gli allenatori nascono, crescono e migliorano perché c'è sempre grande competitività, attenzione a migliorarsi e rubarsi segreti. Gli allenatori sono molto avanti. Lo testimonia, al di là dei grandissimi come Ancelotti, anche De Zerbi, che va in Inghilterra e ha successo. Non mi meraviglia, perché credo che Roberto sia davvero un grande tecnico. Sono convinto che in Italia ci siano tanti allenatori che possono fare bene all'estero, ma servono due componenti importanti. Prima di tutto, il coraggio di farlo: nessuno ti impedisce di lasciare l'Italia e tentare all'estero, sei tu che decidi. Seconda cosa fondamentale, la conoscenza delle lingue: io parlo inglese, ma conosco allenatori, anche nel campionato albanese, che parlano quattro-cinque lingue ed è una cosa che invidio genuinamente, aiuta chiaramente ad aprirsi nuove porte".

    Le porte del Partizani le ha aperte una figura particolare nella vita di Colella: Elton Marini, ex attaccante oggi direttore sportivo del club di Tirana.
    "La mia storia con il direttore è particolare. Era un mio giocatore a Belluno nel '99, era un bell'attaccante. Si andò in eccellenza e lui si fece male al ginocchio, fu ceduto in prestito e poi tornò in Albania. Lui dice spesso che ha portato qua uno che non lo faceva giocare (ride, ndr). Però c'è un rapporto di amicizia, da fratelli, ma anche e soprattutto stima professionale. Prima di tutto è una persona di cultura e di grande competenza. La squadra l'ha fatta lui, buona, giovane e di prospettiva. Una squadra che ha vinto al primo colpo, la dice lunga sulla sua qualità. E poi è una grande persona nella gestione delle persone, altra qualità fondamentale e da non sottovalutare. Il direttore sportivo, oltre a conoscere i buoni giocatori, deve metterli insieme per fare una squadra, non è la stessa cosa. Tra me e il direttore c'è pieno accordo su tutto, discutiamo e poi si viene fuori con un'idea. Ogni tanto guardo in Italia e mi faccio due risate: uno che prima faceva il team manager o il segretario che si reinventa direttore sportivo...".

    Organizzazione e strutture, in Albania ci sono progressi da questo punto di vista?
    "Qui ho uno stadio di proprietà, ho fatto tre ritiri l'anno scorso di cui uno in Turchia, ad Antalya, dove avevamo a disposizione quattro campi di gioco. L'organizzazione è al top, in Italia spesso non lo siamo. Stadi? Qui lo stato sta intervenendo per migliorare tutti gli stadi, garantendo a tutti investimenti per farli. Non è la stessa cosa per i settori giovanili che restano un problema, ma intanto è lo stato che interviene per dare una mano alle società. Pian piano stiamo migliorando. In Italia c'è gente che vuole mettere i soldi per gli stadi ma non riescono comunque a farlo...".

    L'intervista si conclude, c'è un volo da prendere: "Iniziano le ferie, ce le siamo meritate" saluta sorridendo Colella.

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