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Professione bomber. Una specialità che nel calcio italiano va scomparendo come è stato dimostrato dalla nostra nazionale anche contro l’Olanda. Bella ma stitica sotto porta quando sarebbe stato anche facile infilare il pallone in rete. Eppure in campo c’era Ciro Immobile, il goleador che è riuscito persino a fare meglio di Messi meritandosi la scarpa d’oro. Ieri non era in forma, ma egualmente rimane una mosca bianca nel panorama nostrano avaro di quel gol che è il sale del calcio e doverne fare a meno rende il piatto scipito. Come un rapporto amoroso interrotto sul più bello. Comunque un’incompiuta.
La crisi del bomber di casa nostra è evidente nel campionato italiano dove per assaporare il brivido del colpo potente e risolutivo ci dobbiamo affidare ai campioni che arrivano da lontano e che manco sono dei giovanotti come Ronaldo, Ibrahimovic, Dzeko o Papu Gomez. E’ vero che di attaccanti stranieri ne sono sempre arrivati molti qui da noi e spesso anche bravi. Ma è altrettanto verificabile che i nostri “centravanti” non avevano  motivi per provare invidia nei loro confronti.

Senza andare troppo in là nel tempo l’elenco di quelli che erano nati ed erano stati formati per il gol è lungo oltrechè memorabile. Da Anastasi a Riva, da Boninsegna a Bettega, da Pruzzo a Pulici, da Altobelli a Serena, da Inzaghi a Paolo Rossi, da Vieri a Vialli e Schillaci. Una teoria fantastica di campioni che possedevano il dono e il fiuto della rete. Con loro altri ancora meritevoli di menzione e mi scuso se non li cito per evitare la lettura di una rubrica telefonica. Ebbene, malauguratamente i ragazzi di casa nostra che avrebbero dovuto raccoglierne l’eredità sono rimasti chiusi nel bozzolo che una farfalla che non riesce a uscire per volare.
L’Italia del calcio storicamente è sempre stata una nazione specializzata nella nascita e nella cura di grandi difensori e di implacabili attaccanti di area oltrechè di ottimi portieri. Era il gioco all’italiana, con difese bunker e con terminali da gol che raramente fallivano il bersaglio. Alle spalle di questa generazione di bomber c’era un lavoro specifico di tecnici e di preparatori. L’esempio più eclatante di come era possibile diventare bomber è scritto nella stria di Roberto Bettega il quale quando venne dato in prestito al Varese saltava appena sulle punte. Ebbe la fortuna di incontrare un maestro come Nils Liedholm il quale, alla fine di ciascun allenamento, lo prendeva da parte e lo faceva saltare per un ora con addosso in vita e alle caviglie pesi da palestra ogni volta più grossi. Dopo un anno di quella cura Bettega era in grado di librarsi sopra le teste di tutti gli avversari.

Evidentemente gli allenatori di oggi, soprattutto quelli delle formazioni giovanili dove vengono coltivati i possibili campioni di domani, badano molto di più all’estetica e alla resistenza atletica che non a quella prestanza e a quel fiuto da gol che caratterizzava gli “antenati”. Lo stesso gioco, con le sue strategie scacchistiche, porta ad anteporre la pennellata di fino e il classicismo di maniera che sono tanto belli da vedere ma poco produttivi nella fase finale sotto rete. E, come si è visto, non basta un tenore come Immobile che può anche steccare. Ripristinare la scuola del gol sarebbe opportuno e necessario.