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  • 'La Fiorentina vuole  una squadra femminile'

    'La Fiorentina vuole una squadra femminile'

    • L.C.
    Calcio e donne sono due parole difficilmente conciliabili nella stessa frase. O forse lo erano, e magari il tempo delle “Wags”(le fidanzate e mogli di calciatori) che sono quasi le uniche che interessano a giornali e rotocalchi sta cambiando più rapidamente di quello che possa sembrare. A Coverciano in queste settimane si sta tenendo il corso per allenatori professionisti di seconda categoria Uefa, a cui partecipano una quarantina di ex giocatori, da Brocchi a Vigiani, da Cannarsa a Grandoni. Fra loro sbuca anche una testa femminile, quella di Elena Proserpio Marchetti, lì in mezzo a tanti colleghi maschi per apprendere i rudimenti di un mestiere bello impegnativo già se sei uomo, figuriamoci per una donna di oltre quarant’anni. «Non è stato facile entrare in questo corso - spiega - è a numero chiuso e devi conseguire un punteggio ben preciso per accedervi. Per fortuna da qualche anno hanno introdotto le quote rosa per facilitare l’ingresso alle donne, le precedenti regole erano molto più penalizzanti». Elena il suo curriculum ce l’ha già, eccome: milanese di origine, a 16 anni l’esordio in serie A col Fiamma Monza, poi Milan fino ad arrivare all’Atletico Milano in serie C: lì inizia la carriera da allenatrice, consegue il patentino Uefa B e fa la sua trafila con le giovanili, poi la prima squadra fino a sbarcare in Sardegna dove guida l’Olbia femminile in A2. «Quella è stata un’esperienza meravigliosa - dice - ho allenato ragazze che erano anche in Nazionale e per di più in Sardegna il calcio femminile va veramente forte, basti pensare al Sassari Torres, al Delfino Cagliari. Forse è la migliore regione d’Italia». Poi la nuova partenza, stavolta destinazione Livorno. «Eh già. Quattro anni fa venni qui per lavoro: sono laureata in Storia dell’Arte, di mestiere faccio la guida turistica e da qualche anno lavoro su Pisa e Firenze. Ma non riuscendo proprio ad abbandonare la mia passionaccia per il calcio ho bussato alla porta della Livorno Academy a sentire se avevano del lavoro per me. Mi hanno affidato i bambini della scuola calcio di 5 anni, dall’anno scorso alleno i 2002 che la prossima stagione esordiranno a 11 quindi si può dire che mi abbiano promosso». Come è stata l’accoglienza a Livorno? «Beh, all’inizio qualche genitore aveva delle riserve a vedere il figlio allenato da una donna, poi sei tu a convincerli con la qualità del lavoro e ho ricevuto tanti attestati di stima. La cosa buffa è che i ragazzi mi chiamano mister, per loro non sono una donna, tantomeno una mamma». Con il patentino Uefa A di seconda categoria si può allenare la Lega Pro, la Primavera delle squadre professionistiche eccetto quelle di A e di B. L’unico precedente in Italia è quello di Carolina Morace alla guida della Viterbese a fine anni ’90 per una manciata di giornate, prima che il molto discusso patron Gaucci la costringesse ad andarsene. Ma Elena ci crede. «Se vedremo mai una donna su una panchina professionista? Me lo auguro, sennò non sarei qui. Nell’ambiente c’è parecchio scetticismo, in Italia siamo più indietro rispetto ad altri Paesi, perché il professionismo nello sport è associato principalmente agli uomini, non solo nel calcio ma anche nel basket. Questa è una discriminazione bella e buona. Però io non voglio fare la solita “lamentona”, intanto provo a piantare un seme e vedere cosa cresce. La mia filosofia di gioco? Pressing alto e tanta tecnica, che va continuamente affinata: il giocatore deve decidere nel minor tempo possibile cosa fare col pallone. Ai giocatori non va tolta la capacità decisionale, in campo ci deve essere spazio per la fantasia». Veniamo alla stretta attualità: che clima si respirava a Coverciano durante la scellerata partita con l’Uruguay? «L’atmosfera era pesante e surreale, noi per compito dovevamo analizzare tecnicamente la partita e non è stato facile perché nessuno aveva voglia di commentare. Sai, un investimento così grosso per preparare un Mondiale così disastroso non è mica uno scherzo». Ma qual è la tua analisi della partita fatale? «Che cambiando modulo per l’ennesima volta si è dimostrato di non avere una chiara visione di gioco, e secondo me è stato un grave arrore anche scendere in campo per cercare il pari. In più, la condizione fisica era assolutamente inadeguata». In questi giorni la Fiorentina ha ufficialmente aperto alle quote rosa nella dirigenza e si pone all’avanguardia nazionale: è un altro segnale? «Certo. Anche perché mi risulta che la Fiorentina ha in mente di creare una squadra femminile affiancandola a quella maschile. All’estero club di grande prestigio come il Bayern Monaco hanno anche la squadra femminile che usufruisce delle stesse strutture, quello sarebbe un segnale di apertura ancora più importante».

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