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Vorrei semplificare la vita ad Antonio Conte. Ci provo e così al nuovo commissario tecnico della nazionale italiana  dico: non serve convocare "uomini veri", basterà chiamare i migliori giocatori italiani, quelli che in serie A o in qualsiasi altro campionato giocano meglio. Banale? Lo dite voi, perché prima Prandelli e ora il suo successore dimostrano quanto sia facile complicare le cose.

L’ex ct lanciò l’operazione simpatia con il suo codice etico, che nell’era dei Tavecchio-Lotito sarebbe stato paradossale rinvangare. A Prandelli andò bene (benissimo) agli Europei, ma dopo il patatrac mondiale fu proprio quel codice una delle principali armi dei suoi nemici, usate con quella cattiveria che di solito si riserva agli sconfitti. Ora, nella coda dell’estate 2014, ecco l’immancabile frase del nuovo commissario Conte.  Che all’esordio annuncia: "In Nazionale voglio solo uomini veri". Non è una dichiarazione sessista, è solo un’altra banalità. 

Che significa? Boh. Charles Bukowski, uno dei miei scrittori preferiti, scriveva: "Mostratemi un uomo che abita solo e ha la cucina perpetuamente sporca e, 5 volte su 9, vi mostrerò un uomo eccezionale". E, sempre in Storie di Ordinaria Follia, ancora Bukowski sosteneva: "Mostratemi un uomo che abita solo e ha una cucina sempre pulita e, 8 volte su 9, vi mostrerò un uomo detestabile sul piano spirituale". Insomma tutto è relativo. Non so come fosse la cucina di George Best, ma facilmente lo immagino. E immagino pure la cucina di Diego Armando Maradona. Però so, sappiamo, che sono stati immensi calciatori. Due campioni.

Non so neppure se Conte abbia letto Bukowski, magari lo ha fatto. Però so che la sua è una banalità, non è la prima e di solito gli vengono tutte perdonate, almeno da quando iniziò ad allenare la Juventus e a vincere quello che in Italia poteva vincere. Meno banale è stato Inzagni, neo allenatore del Milan. Meglio, è stato più razionale dichiarando: "Balotelli? Parte alla pari degli altri". Traduzione, senza fronzoli o proclami: faccia l’attaccante, faccia gol, perché del resto non mi frega un accidenti. Poi, visto l’andazzo, il Milan sembra davvero deciso a fare quello che già voleva fare a gennaio: vendere Balotelli al Liverpool. Quando lo scrissi sulla pagine del Secolo XIX (sicuro al mille per mille della mia fonte) beccai una smentita della società rossonera e parecchie pernacchie. Pazienza, sapevo di aver ragione, certe volte succede anche a me.

Le stesse pernacchie mi arrivarono dopo la vittoria dell’Italia sull’Inghilterra, unico successo azzurro del Mundial in Brasile. Allora venni sbeffeggiato perché avevo detto e scritto, in molte occasioni, che Balotelli doveva rimanere in Italia e magari in Brasile potevano andare altri attaccanti, da Giuseppe Rossi a Luca Toni. Ne avevo indovinata un’altra? Forse, ma mica dimentico che su questo meraviglioso sito del mio amico Pallavicino ho sbagliato tutti i pronostici sulla vittoria Mundial, seppellendo nell’ordine le aspirazioni di Uruguay, Olanda e credo pure Argentina. Succede a chi le spara grosse. E qualcosa del genere potrà succedere a chi si presenta e dice: con me voglio solo uomini veri. Queste sono frasi fatte, poi bisogna fare l’Italia ed è tutta un’altra storia.  

Giampiero Timossi (giornalista Il Secolo XIX)
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@GTimossi

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