Ho letto che Antonio Conte, ex allenatore del Chelsea, avrebbe intenzione di fare causa al club inglese per averlo esonerato “in ritardo”, facendogli perdere l’occasione di essere preso in considerazione per la panchina della Nazionale italiana e/o del Real Madrid. Ora, a parte che un dipendente dotato di contratto pluriennale, cioé garantito da esso negli emolumenti prima, durante e dopo, è esonerabile sempre, va detto che Conte non ha perso alcuna opportunità. Sondato per il ruolo di c.t. azzurro non si è nemmeno lontanamente avvicinato alla cifra di ingaggio di due milioni di euro proposti (dal Chelsea ne prende più del triplo), mentre il Real non ha mai pensato a lui. 

Ma mettiamo che, per un attimo, Florentino Perez lo avesse sondato: visto che ormai i rapporti con il Chelsea erano ridotti al minimo, Conte avrebbe potuto benissimo ascoltare la proposta, eventualmente accettarla e, subito dopo, chiedere ad Abramovich di essere liberato. Il russo ne sarebbe stato felice. Invece Conte avrebbe voluto sia la botte piena che la moglie ubriaca. In pratica, da una parte esigeva che fosse il Chelsea a licenziarlo in modo da intascare la clausola di nove milioni stipulata al momento del contratto, dall’altra voleva che tutto avvenisse in tempi utili per collocarsi sul mercato al miglior offerente.

Ora non ho il diritto di raccontare chi me l’ha detto. Ma Conte è uno che sui soldi esercita lo stesso pressing che insegna ai suoi calciatori per il pallone. Non sorprende, dunque, che l’allenatore italiano, dopo essere stato sostituito da Sarri, abbia mobilitato i propri legali per ottenere non solo quel che gli spetta, ma addirittura qualcosa di più. Cioé i mancati guadagni futuri e i fantomatici “danni alla carriera”.  Da parte sua, il Chelsea non è da meno. Si opporrà a qualsiasi indennizzo - anche ai nove milioni di clausola - prendendo a pretesto (in questa storia tutto è un pretesto) il messaggino, assai poco professionale, che Conte mandò a Diego Costa prima dell’inizio della stagione passata: “Non rientri più nei piani della società”. Una comunicazione che, una volta resa pubblica dallo stesso calciatore, contribuì, e non poco, al suo deprezzamento sul mercato.
La vicenda non sta facendo una buona pubblicità a Conte. Sia perché il Chelsea ha avuto delle ragioni tecniche per esonerarlo (mancata qualificazione alla Champions League non certo compensata dalla conquista della FA Cup), sia perché molti ricordano ancora come lui lasciò la Juve nell’estate del 2014. Il ritiro della squadra era cominciato da nemmeno 48 ore, quando Conte rassegnò le dimissioni. Improvvise e irrevocabili. Qualcuno disse che ciò avvenne perché la società gli negò l’acquisto di Cuadrado. Qualcun altro - mutuando un apologo dello stesso allenatore - sottolineò che “non si può mangiare in un ristorante da cento euro, avendone in tasca solo 10”. Come dire: non potremo mai competere con le grandi d’Europa. Ora, tralasciando il fatto che la Juve, nei quattro anni di Allegri, ha conquistato quattro scudetti e altrettante Coppe Italia, arrivando due volte in finale di Champions, mi chiedo cosa avrebbero dovuto fare Andrea Agnelli e la dirigenza bianconera di fronte ad un allenatore che se va polemicamente appena cominciato il ritiro.

A rigor di logica, o applicando quella di Conte, non avrebbero dovuto chiedere i danni? E, a rigor di deontologia, come sarebbe stato giusto definire il comportamento di Conte? Purtroppo quando i risultati non arrivano, o non sono quelli sperati, il tecnico salentino perde la calma, si sente accerchiatato, vede nemici veri (uno come lui ne ha) e inesistenti. Fondamentalmente è un uomo buono e un allenatore di grande valore. E’ stato lui a riportare al triplice successo una Juve fatta di buoni calciatori e qualche campione. E’ stato lui a ridarle mentalità e un gioco che ancora non si è rivisto. E’ stato lui a trasformare una Nazionale modesta in una squadra competitiva (Europeo 2016). A me piaceva molto. Ma purtroppo detesto i suoi eccessi (le esultanze, le polemiche, la reazione alle critiche). Perciò sono passato all’altro lato del fossato che ci divide. Non è bello, ma è vero. Anche se entrambi faremmo meglio a cambiare. Sempre che lui ci tenga.